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Posts Tagged ‘Via XXV Aprile’

L’ho visto per caso, pochi giorni fa: era lì appeso in Via Garibaldi, dove inizia Via ai Quattro Canti di San Francesco.

Poesia (1)

Un foglio, una poesia.
E così mi sono fermata a leggere.

Poesia (1a)

Inaspettati versi per le strade di Genova, non sapevo di cosa si trattasse ma poi l’ho scoperto grazie a Rita, una mia lettrice, questi componimenti sono parte di un progetto artistico, questa è la poesia errante di Ma Rea.
E quindi, camminando per il centro, prestate attenzione.
Io non ho cercato queste poesie, semplicemente i miei occhi le hanno incontrate e potrebbe capitare anche a voi, io le ho viste attaccate a dei pali.
Ed eccoci in Via XXV Aprile.

Poesia (2)

Lo Stendiversomio, questa è una delle sue fermate poetiche.

Poesia (2a)

E ce ne sono altre in giro per il centro di Genova.
In Vico Falamonica alzate lo sguardo, fatelo anche voi.

Poesia (3)

La poesia sa essere parola gentile, nel nostro quotidiano a volte rumoroso è un incontro particolarmente gradevole.
E per quanto mi riguarda apprezzo anche che questo dono sia offerto in questo modo così garbato, per nulla invasivo e volutamente effimero.
Ancora, qui.
Sullo sfondo il Teatro Carlo Felice e un cielo carico di nuvole grigie.

Poesia (4)

Ne troverò ancora?
Può darsi, forse.
“Tra i vicoli della sera e i boulevards di questo inchiostro”.

Poesia (5)

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Quando fuori piove a volte il mondo sembra in bianco e nero.
Piove, in questi giorni, piove senza vento.
E sono pozzanghere, clic clac di ombrelli ed impermeabili.
E tic tac di gocce sulla ringhiera, foglie bagnate e profumo di acqua.
Alla pioggia ognuno di noi reagisce in maniera diversa: certi sono imperturbabili, si contraddistinguono per olimpica calma.

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Piove.
E ognuno si ripara come meglio può.

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E quando piove l’ideale è camminare sotto i portici.
E intanto chiacchieri, guardi le vetrine dei negozi, magari ti fermi da qualche parte per un caffè.

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Malgrado il cattivo tempo i temerari delle due ruote certo non abbandonano il loro mezzo di trasporto preferito.

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Quando piove l’asfalto sembra un lungo nastro di raso nero.

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Pochi metri ed ecco un’altra bicicletta.

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E poi.
Piazza De Ferrari, poca gente e la fontana senz’acqua.
E poi, quando smette di piovere, c’è sempre qualcuno che si siede sul muretto, è ovvio.

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Quando piove l’Eroe dei due mondi rimane ritto in sella al suo destriero e nulla lo smuove, siano tuoni, fulmini o saette.
E le affascinanti modelle ritratte da Newton non perdono un grammo della loro allure e ondeggiano sinuose su tacchi stratosferici.

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Quando piove la luce sa essere un gioco imprevedibile.

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Quando piove ci sono quelli che si mettono a correre per trovare un riparo.
Poi arrivano sotto i portici del Carlo Felice e rallentano il passo.

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Quando piove si tengono le finestre chiuse e le luci accese.

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E quando piove circola comunque il trenino che porta i turisti in giro per la città.
E va piano piano, in Via XX Aprile.
E dietro c’è l’autobus e dietro ancora c’è una macchina.
E ha appena smesso di piovere.

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Quando piove  e tutto è in bianco e nero Strada Nuova sfavilla comunque con i suoi scenografici bagliori.

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E insomma, ha la sua bellezza anche la pioggia, a volte.
E in certi casi, invece, diventa tutto un po’ complicato, anche se sei sotto i portici.
E intanto piove.
E tu hai la borsa a tracolla, un sacchetto al braccio, l’ombrello.
E intanto cerchi di scattare una foto, la luce non è delle migliori e la messa a fuoco non è perfetta.
O forse sì?
Evanescenza, di passi, di fretta, di gente che cammina.
Quando piove.

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Sono gli inizi del ‘900 e in Piazza Fontane Marose c’è un gran viavai di gente: carrozze, massaie affaccendate nelle proprie commissioni, distinti gentiluomini in abito scuro, chissà quanti di questi signori indossano un completo confezionato in uno dei negozi più prestigiosi della città che si trova a pochi passi da qui.

Piazza Fontane Marose

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Emanuele Pissimbono apre il suo negozio di abbigliamento maschile nel 1898, lo trovate in Via XXV Aprile, arteria cittadina che all’epoca si chiamava Via Carlo Felice.

Pissimbono (2)

La strada ha cambiato nome ma Pissimbono, annoverato tra le botteghe storiche di Genova, è ancora fieramente al suo posto.

Pissimbono (3)

E ancora adesso è sinonimo di stile e di eleganza, come lo era nel 1898.

Pissimbono (4)

Entrerete qui e troverete abiti di ottima fattura, maglieria e camicie, capispalla, cinture, ombrelli e accessori di ogni genere.

Pissimbono (5)

Salite al piano superiore, troverete la storia e lo stile del passato, un’atmosfera retrò a dir poco affascinante, impreziosita dagli arredi originali.
Specchi, tappeti, un ambiente caldo e accogliente.

Pissimbono (6)

Ed è superfluo sottolinearlo, a Genova Pissimbono è da sempre simbolo di classe ed eleganza, tra i suoi clienti annovera anche l’Avvocato Agnelli.

Pissimbono (7)

Le persiane spinte in fuori, un orologio, i fiori.

Pissimbono (8)

E un antico tavolo da lavoro.
Decenni di stoffe, fili, forbici, bottoni, asole ed etichette.
E mani sapienti ed abili nell’arte della sartoria.

Pissimbono (9)

Da Pissimbono trovate antiche stampe alle pareti.

Pissimbono (10)

E tutti gli attrezzi del mestiere e rari oggetti tramandati da generazioni.

Pissimbono (11)

E poi ogni sarto ha bisogno del puntaspilli, è vero?

Pissimbono (12)

Là, sul bancone, troneggia una superba e scintillante cassa National.
Naturalmente funziona, accade spesso che le cose di altri tempi siano assai più durature di quelle moderne.

Pissimbono (13)

E fate attenzione, sulla cassa è inciso un monito per i signori clienti!

Pissimbono (14)

Appeso al muro c’è un documento risalente al 1933, è indirizzato al Pregiatissimo Cavaliere Emanuele Pissimbono ed è firmato dal Ministro della Casa del Re.
Vi si legge che Sua Maestà accorda a Pissimbono il permesso di tenere lo stemma reale sulle insegne del suo negozio e del suo laboratorio.
E non è il solo riconoscimento, nell’immagine sottostante potete vedere un altro cimelio di famiglia che testimonia il successo di Pissimbono.

Pissimbono (15)

Abiti e valigie, cose di oggi e cose del passato.

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Pissimbono (17)

E avrete notato che sul tavolo da lavoro, accanto alla cassa, c’è una fotografia.
L’ha lasciata un affezionato cliente ed è da lui autografata, si tratta di un genovese che tutti conoscono, questo è il volto sorridente di Gilberto Govi.

Pissimbono (18)

E a proposito dei clienti, a volte prendono iniziative ben strane!
Sotto ad una delle finestre è posato a terra un antico e insolito attrezzo, devo ammettere che l’ho osservato a lungo cercando di capire di cosa si trattasse.
Mah, mi sembra di non aver mai visto nulla del genere!
Signore e signori, ecco a voi il dono di un cliente del negozio, un affilacoltelli di bordo.

Pissimbono (19)

Ed ha tutto il fascino unico degli oggetti antichi e vissuti, oggetti che ci portano indietro in epoche che non abbiamo veduto.

Pissimbono

In un negozio come questo certo non può mancare una macchina da cucire Singer come quella delle nostre nonne, la mia ne aveva una proprio identica a questa!

Pissimbono (21)

E qui, nella sartoria che crea lo stile dei genovesi da molti lustri, in bella mostra su un tavolino ho trovato un oggetto che mi pare davvero raro a vedersi!
Cari amici, con mio sommo stupore sono felice di mostrarvi un’antica e piccola macchina per cucire i polsini.

Pissimbono (22)

Cose belle del nostro passato esposte in un negozio di Genova dove con orgoglio e senso di appartenenza si conservano le tradizioni e la vera arte di un mestiere prezioso.
Iniziò tutto qui, nel lontano 1898, in quella che fu Via Carlo Felice, nel cuore pulsante della Suberba.

Pissimbono (23)

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Sotto le luci, quando ancora non è scesa la sera.
Tardo pomeriggio, in Canneto il Lungo, una striscia di cielo lassù, tra i tetti.
E noi qui, sotto le luci blu.

Canneto il Lungo (3)

A saper guardare, ogni dettaglio ha un significato.

Canneto il Lungo

Luce dorata per le strade lussuose del centro, in questo dicembre che ormai si approssima al Natale.

Via XXV Aprile -

Su per certe salite eleganti brillano le stelle.

Salita Santa Caterina

Contro i palazzi.

Via XXV Aprile - Via Roma

E forse avrei dovuto mostrarvi le strade ampie e larghe, le arterie spaziose e aperte, la prospettiva di Via XX Settembre che pure è spendida.
Forse avrei potuto.
Ma io sto sempre altrove.
Io sono nei luoghi che sanno dire certe parole, a saperle ascoltare.

Via Orefici

Nel saliscendi della città vecchia.

Via di Scurreria (2)

Dove  la bellezza si copre di magia.

Via di Scurreria

Dicembre, Natale, tanti auguri Genova.

Palazzo Tursi

Sfavilla il cielo rosa della sera.

De Ferrari

E  le luci vestono di splendore certe prospettive.
Vedere e saper guardare.

Via Luccoli

E immaginare, un giorno, un passato, una notte buia ora illuminata.

Via Luccoli (3)

Chiaro e scuro, la penombra che si ammanta di mistero.

Via San Bernardo

E l’oro che si staglia contro il blu, davanti al mare.

Porto Antico (2)

In questa città, ora più lucente e chiara, in questi giorni.
In questa città nella quale sempre brillano alcune sue luci.

Genova

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Correva l’anno 1834 e Via XXV Aprile, a Genova, allora si chiamava Via Carlo Felice.
Eh, certo! Adesso in quelle strade ci sono negozi lussuosi, ovunque predominano le grandi firme.
Allora, invece, qui si trovava la bottega di una fruttivendola.
Sapete, una di quelle botteghe coi banchi ridondanti di frutta, con ceste di mele e mazzi di erbe selvatiche.
Forse come questa?

Fruttivendolo in Via San Bernardo

E lei, la proprietaria, si chiamava Teresa Schenone, proveniva da un paesino dell’entroterra ligure, una frazione di Lumarzo, e tutti la chiamavano Teixinin.
Si capisce, quando si è bravi commercianti ci si mette poco ad entrare nel cuore dei propri clienti e Teixinin era certo donna attenta e scrupolosa.
Un giorno, alla sua porta, si presentò un forestiero.
L’uomo porta una folta barba bionda, tendente al rossiccio.
Chiede aiuto, confida alla fruttivendola di essere in difficoltà, braccato dalla polizia, in fuga dalle autorità.
Gli danno la caccia da tempo, per ciò che sta tentando di portare a termine.
Teixanin non se lo fa ripetere due volte, fa entrare l’uomo e lo nasconde nel retrobottega.
Il fuggitivo rimarrà lì, al sicuro, per ripartire poi  mascherato sotto gli abiti del marito di Teresa e con una scorta di pane e formaggio, procuratagli dalla generosa fruttivendola.
Anni dopo, scampato ai molti pericoli nei quali era incorso durante la vita, l’uomo scriverà le sue memorie e ricorderà così questo episodio:

Mi nascosi nella bottega di una fruttivendola e le palesai la situazione il cui mi trovava.
Quella donna eccellente non esitò, mi nascose nel retrobottega, mi procurò gli abiti da contadino, ed alla sera, verso le otto, come se fossi andato a passeggio, uscii da Genova per la porta Lanterna, per cominciare quella vita di esilio, di lotta e persecuzione che, secondo ogni probabilità, non ho ancora finita.

A scrivere queste parole è Giuseppe Garibaldi, che si avvalse così dell’aiuto di una  popolana per portare a termine con successo una delle sue rocambolesche fughe.
Passarono gli anni e il nome di Peppino divenne famoso, così, nel 1866, Teixanin gli scrisse una lettera.
Il Generale si ricordava di lei? Si ricordava di quel retrobottega, di quel formaggio e di quel pane che lei gli aveva lasciato?
Garibaldi rispose e queste furono alcune delle sue parole:

Mia carissima Teiscenin, io sono veramente quel desso che avete beneficiato.

Seguirono poi parole di sincera e profonda gratitudine, ma sapete, Teresa, a quel tempo, non se la passava proprio bene, e allora chiese una mano al Generale Garibaldi, non è che per caso poteva darle un aiuto? Il marito di Teresa, Francesco Forzano, è disoccupato!
Garibaldi non si fa pregare, prende carta e penna e scrive al sindaco di Genova, perché procuri un impiego al Forzano, consorte di colei che tanto si espose per fornirgli soccorso.
Altre donne genovesi, anch’esse popolane come Teixanin, sono passate agli onori delle cronache per aver aiutato Giuseppe Garibaldi, vi racconterò presto anche le loro storie.
Oggi questo spazio è dedicato a Teresa Schenone, originaria di un paesino dell’entroterra.
Quando passate a Luccoli, fermatevi di fronte al civico 23.
In quel palazzo, per intervento di Giuseppe Garibaldi, Francesco Forzano venne impiegato come portinaio.
Fu la ricompensa per la fruttivendola di Via Carlo Felice, colei nel 1834 diede riparo a Garibaldi.

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