Tipi che si vedono nei caruggi

Gironzolando per i caruggi faccio sempre caso a chi trovo sul mio cammino, a volte mi succede di vedere sempre le stesse persone.
Ad esempio incontro sempre un distinto signore anziano, lui porta il cappello e si regge con il bastone.
Forse amiamo gli stessi posti, forse condividiamo i luoghi del quotidiano.
Gironzolando per i caruggi, talvolta, mi imbatto in dei tipetti che non avevo mai incontrato prima.
L’altro giorno scendevo da Vico Casana e davanti alla porta di un negozio ho trovato un attento guardiano.
Stava sulla soglia, guardava da una parte e poi dall’altra, secondo me teneva sotto controllo la situazione.

In queste giornate di sole caldo è ancor più piacevole andar per caruggi e passando in Piazza Lavagna ho trovato quelle consuete sfumature di Genova che piacciono tanto a me.

E tende bianche, finestre accostate, rami di alberi, luce che filtra nei vicoli e contrasti di tinte perfette.

Anche in Piazza Lavagna c’è un fido guardiano, lui non se va mai ed è già parzialmente apparso su queste pagine.
Silenzioso e guardingo, tra stelle lucenti e bagliori di luna, tra i versi languidi di una poesia che porta davanti ai vostri occhi una certa bellezza e la nostalgia, compagna fedele di tutti i sognatori.

E là, in quella piazza armoniosa e colorata, l’ho sentito.
Canticchiava beato, passando di ramo in ramo, saltellando tra le foglie d’autunno.
Un uccellino nella città vecchia, su un albero in Piazza Lavagna.

Sono rimasta un po’ a guardarlo e poi ho continuato il mio giretto.
E come al solito, poco dopo, mi sono nuovamente imbattuta in quell’attempato signore che ormai è per me una figura consueta.
Cose belle che accadono a me, gironzolando per i caruggi di Genova.

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5 Maggio 1379: il coraggio di Luciano Doria

5 Maggio, è il giorno di un eroe, lui appartiene ad un’importante famiglia e il suo nome è Luciano Doria.
Siamo nel 1379, all’epoca di duri conflitti tra Genova e Venezia, Luciano è destinato a scrivere una pagina di storia che gli renderà onore.
È lui l’Ammiraglio a capo della flotta che solca l’Adriatico in quella lontana primavera, lui è già stato trionfatore a Zara contro Vettor Pisani e sfiderà ancora le navi nemiche.
Su Luciano Doria e sulla sua tempra sono stati tramandati aneddoti che hanno il sentore della leggenda, Amedeo Pescio nel suo testo Croce e Grifo narra un episodio emblematico e riferisce di un povero rematore che in preda alla fame chiede aiuto a Luciano e questi, senza esitare, si toglie la fibbia d’oro della cintura e la dona al bisognoso.
E sempre Pescio racconta quell’impresa eroica per la quale Luciano passò alla storia.
In quell’epoca instabile forte è il timore che le navi di Venezia vengano ad infestare il mare di Genova e Luciano, alle testa delle sue galee, parte per difendere la patria.
È un viaggio non privo di scontri e di ostacoli ma all’alba del 5 Maggio Luciano Doria giunge davanti a Pola, di fronte al nemico sventola gagliardo il vessillo con la Croce di San Giorgio.

Davanti a lui è schierata la flotta veneta, Vettor Pisani e la sue navi restano asserragliati nel porto di Pola.
E qui uso le parole di Pescio, io non saprei trovarne di migliori:

Rugge San Marco. Il Grifo stride e chiama tutte le navi indietro.

Sembra così che i genovesi si ritirino, come se temessero lo scontro.
Avanza con la sua flotta Vettor Pisani che crede di sbaragliare in un sol colpo i suoi nemici ma non ha fatto i conti con l’astuzia di Luciano.
Dieci galee di Genova, celate dietro al promontorio, si gettano contro le navi nemiche e sferrano l’attacco alle navi di Venezia.
È una lotta sanguinosa, entrambe le parti subiscono gravi perdite ma Genova sembra prevalere, l’epica della battaglia è coronata da quel grido rivolto al Santo protettore della Superba: San Zorzo! San Zorzo!
Tra le navi della Serenissima una sola sembra resistere ed è capitanata da Donato Zeno, il contrasto si fa sempre più aspro.
Nell’impeto del combattimento Luciano Doria scosta la visiera dal volto e ripete ancora il grido e il nome del Santo che protegge Genova.
E accade in quel momento: la spada di Donato Zeno spezza la vita di Luciano Doria e l’eroe cade nel sangue.
Non bisogna esitare, non si può permettere che i genovesi si scoraggino: Ambrogio Doria, fratello di Luciano, prende l’elmo, la corazza e l’arma dell’eroe caduto e continua a combattere nelle vesti di lui.
I genovesi tornano così vittoriosi in patria portandosi dietro 15 galee cariche di prigionieri e un bottino di guerra davvero notevole, è il trionfo di Luciano.
L’eroe della battaglia di Pola morto per la gloria di Genova viene onorato dal popolo e dalla Repubblica.
Per la sua grandezza e in memoria della battaglia di Pola, si ordina che nella chiesa di San Giorgio sia dedicato un altare a Giovanni Battista e ogni anno per celebrare questa ricorrenza il Magistrato dovrà portare in quella chiesa un pallio d’oro.

Per le sue gesta Luciano Doria aveva già conosciuto la gratitudine della sua città, Genova gli aveva donato una casa sita nell’attuale Vico Casana, un tempo detta Carroggio dei Promontorio.
Il libro di Amedeo Pescio da me consultato risale al 1914, in quell’anno l’autore parla di quella casa e scrive che ha subito dei restauri, aggiunge che il popolo usa fermarsi sotto la dimora dell’Ammiraglio immaginando le sue imprese.

Sono passati molti anni, c’è stata una guerra che ha causato molta distruzione nel centro storico di Genova, non so dirvi quali danni abbia subito questa specifica abitazione e quali eventuali cambiamenti siano stati fatti.
Io ho seguito le indicazioni di Pescio: nel 1914 egli scrive che sulla facciata della dimora di Luciano Doria presto verrà affissa un’antica lapide.
E lì si trova, a fianco al portone.

Questo marmo attesta che la casa non rimase a lungo agli eredi di Luciano in quando ne divennero proprietari i Clavesana.
Si legge chiaramente il nome di lui, è scolpito nella terza riga: Luciano De Auria.

Resta la memoria, in certi luoghi.
La figura di Luciano è anche ritratta insieme ad altri grandi della famiglia Doria nella Loggia degli Eroi a Villa del Principe.
Luciano è il secondo da sinistra, nell’immagine che qui sotto vedete.

Quando il suo corpo venne riportato in patria dapprima Luciano Doria venne sepolto in San Domenico, in seguito la sua salma fu portata in San Matteo, chiesa gentilizia della famiglia Doria.

Sotto il bagliore di questi ori riposano molti celebri rappresentanti della famiglia.

Qui, in San Matteo, la memoria delle gesta di Luciano è scolpita per i posteri.
Sulla facciata, nei marmi bianchi, sono incise le vicende che videro protagonisti alcuni eroici personaggi della famiglia Doria.

Non è semplice leggere questi caratteri gotici e non è possibile riportate qui la foto dell’intera scritta ma posso mostrarvi alcune salienti parole.
Anno 1379, in numeri romani, nella prima riga.
Pola, il luogo della sua fine, nella seconda riga.

Galeis capte, prese le galee.
E questo è il suo eroismo guerresco.

Fu il protagonista di questa giornata di un tempo lontano, era l’epoca delle Repubbliche Marinare e allora non si combatteva in nome del tricolore come accadde in un più recente e celebre 5 Maggio.
Lucianum D’Auria, così si legge sulla chiesa gentilizia della sua famiglia, nel cuore della sua città.
Questo è il suo nome ed è la memoria di lui e di quel 5 Maggio 1379, il giorno del coraggio di Luciano Doria.

Vico Casana: il ricordo di un uomo generoso

È un tratto distintivo dei genovesi, molti si distinguono per un certo naturale riserbo e una spontanea tendenza a non mettersi in mostra.
Alcuni ne fanno proprio uno stile di vita e forse è il caso del nostro protagonista di oggi.
Non visse in tempi facili, ogni epoca passata presentava difficoltà che nei nostri anni non sappiamo nemmeno immaginare: era più fragile la vita, era più difficile difenderla.
Nel mio girovagare per caruggi diverso tempo fa trovai la memoria anonima di quest’uomo del passato, non si conosce il suo nome e sebbene abbia tentato di scoprirlo non ho trovato traccia del suo operato.
Se volete vedere il suo volto dovrete salire in Vico Casana.

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Fermatevi al numero 9, dove la luce regala questo gioco di riflessi su queste finestre.

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Sulla scala c’è il ricordo di lui, è un busto che ritrae un compito gentiluomo.
E come recita la lapide fu lui stesso a voler rimanere sconosciuto ai posteri.

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Tra il resto le parole a lui dedicate non lasciano neppure trasparire in quale maniera egli abbia onorato la Liguria.
Era un nobile?
O forse era un ricco borghese proprietario di immense fortune?
Era uno studioso, un uomo di scienza, era un medico che prestava gratuitamente la sua opera ai meno fortunati?
E cosa fu a colpirlo, cosa gli fece aprire il suo cuore o forse i cordoni della sua borsa?
Avrà veduto certi volti, avrà incontrato certi dolori: una giovinetta senza futuro, una giovane madre disperata, un bambino affamato e piangente, un miserabile senza più speranze.
E si sarà reso, in qualche maniera, portatore di conforto e di sollievo.
Ci sono persone così, al mondo.
Donano gioia senza volere nulla in cambio, regalano sorrisi e aiuti concreti.
Lui è uno di questi, lui volle rimanere anonimo.
Resta a noi la sua effigie, nella fierezza dello sguardo di un uomo generoso.

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A cena con Giuseppe Verdi

Stasera vi porto a cena con un illustre personaggio che tutti voi conoscete: signori, ci accomoderemo a tavola con Giuseppe Verdi.
Certo, sul celebre compositore di Roncole di Busseto si potrebbe scrivere molto, desidero così invitarvi alla lettura di Das Zauberbuch, il blog della mia amica Giulia che si interessa e scrive con grande passione e competenza di musica e libri, di arte e poesia, le sue pagine sono tutte da scoprire ed è un vero piacere leggerle.
E questo post, cara Giulia, è dedicato a te.
E allora andiamo a cena con Giuseppe Verdi!
Il famoso compositore soggiornò spesso a Genova, tra il 1858 e il 1861 frequentò l’Hotel Croce di Malta, del quale vi ho ampiamente parlato qui.
In quelle stanze dormirono Stendhal e Mark Twain, vi giunse anche Giuseppe Verdi.

Hotel Croce di Malta

In seguito prenderà casa in Carignano a Villa Sauli e poi addirittura al Palazzo del Principe.
Svernava in Liguria attirato dal clima mite della nostra regione.
Con lui c’era la moglie, la cantante lirica  Giuseppina Strepponi.
Il nostro, a quanto sembra, era una buona forchetta, amava i salumi della sua terra e non disdegnava un buon bicchiere di Lambrusco.
A Milano pare che frequentasse la rinomata pasticceria Cova, dove era solito ordinare il panettone.
Amiche milanesi, per caso qualcuna di voi ha voglia di fare un giro da quelle parti per portarci sulle tracce di Giuseppe Verdi?
Io vi porto per caruggi, il nostro Giuseppe si serviva in una pescheria di Sottoripa.

Portici di Sottoripa

E ricorderete che Verdi amava la trippa, era solito frequentare la Trattoria Tulidanna in Via San Sebastiano e anche la celebre tripperia di Vico Casana della quale ho scritto qui.

Tripperia di Vico Casana (4)

E insomma, amava la buona cucina!
E oggi vi racconto un breve aneddoto, state a sentire.
Nella mia città Giuseppe Verdi conobbe Amedeo Serafini De Ferrari, compositore genovese che fu anche Direttore del Carlo Felice.
Sapete come accade, tra musicisti ci si frequenta, l’amore per la musica e per l’arte unisce.
A quanto sembra, il De Ferrari non era certo un tipo che si dannava per comporre, anzi, era piuttosto dispersivo, perché non si distraesse capitava anche che si facesse chiudere a chiave in una stanza del Carlo Felice.
Solo con il pentagramma e le sette note, senza distrazioni!
Era anche un cuoco di grande valore, certo!
Un bel giorno Verdi invitò a cena il suo amico Amedeo e questi accettò con entusiasmo ponendo un’insolita condizione: voleva cucinare lui e desiderava preparare le lumache.
Verdi rimase un po’ perplesso, immagino che sia tornato dalla moglie e sconsolato abbia riferito alla Strepponi l’accaduto.
Lei accettò di buon grado e così l’ospite Amedeo Serafini De Ferrari, compositore, si presentò a casa Verdi e si mise ad armeggiare con le casseruole.
E insomma, sapete come finì? Giuseppe Verdi rimase talmente soddisfatto di quelle prelibate lumache da ricordarle come il piatto migliore che avesse mai mangiato!
E adesso vi starete chiedendo: ma come caspita fai a conoscere questo aneddoto?
Oh, fino a poco tempo fa non ne sapevo nulla neppure io!
Ma sapete, sono stata a Staglieno con il mio carissimo amico Eugenio Terzo.
E visitare il Cimitero insieme a lui è un vero viaggio nel passato e nelle vite di coloro che lì riposano.
Così, mentre camminavamo sotto i porticati, Eugenio mi ha raccontato storie di celebri genovesi, storie di artisti e scultori, aneddoti di vita quotidiana a me ignoti e io non posso che ringraziarlo per i suoi racconti, sono sempre unici e particolari.
Stavamo salendo verso la tomba di Mazzini.
A un tratto Eugenio si fermato, mi ha mostrato un monumento funebre e mi ha narrato la vicenda che avete letto.
Sotto gli alberi dorme il suo sonno eterno Amedeo Serafini De Ferrari, di musica sacra e profana celebrato compositore, così si legge sulla sua lapide.

Amedeo Serafini De Ferrari

La sua statua è adornata con un libretto, la sua opera più celebre, il Pipelé.
Accadde tanto tempo fa, era l’epoca delle candele e dei lumi, l’epoca delle carrozze e delle marsine.
Giuseppe Verdi si alzò da tavola appagato e soddisfatto: aveva appena mangiato le lumache cucinate da Amedeo Serafini De Ferrari.

Amedeo Serafini De Ferrari (2)

Vico Casana, nel regno della trippa

Ci sono botteghe che resistono, resistono al tempo che passa, alla mode, ai nuovi stili.
Ci sono botteghe dall’aspetto antico, quello è il loro fascino.
Una di esse si trova qui, in Vico Casana.

Vico Casana

Un antico negozio dove  si servivano i nostri nonni.

Vico Casana (2)

Resiste stoicamente al tempo La Casana.
Il bancone di marmo e le piastrelle bianche e nere, il soffitto a volta.
La tripperia di Vico Casana è qui da più di duecento anni e ancora ha l’aspetto di una bottega della vecchia Zena.

Tripperia di Vico Casana (4)

Una sedia, uno sgabello e una sensazione di domestica semplicità.
E i profumi e sapori di altri tempi.

Vico Casana (3)

La Casana è l’unica tripperia del centro storico, questa è una bottega molto amata dai genovesi, nella cucina ligure la trippa accomodata è un piatto tipico della tradizione.
Ed ecco i pentoloni di rame nei quali cuoce questa particolare specialità.

Tripperia di Vico Casana

E sapete chi veniva a mangiare da queste parti? Ma i soliti personaggi eccellenti che amo citare: Mazzini, Garibaldi e Giuseppe Verdi che era proprio un buongustaio!
Presto vi racconterò un aneddoto su Verdi che mi è stato narrato dal mio amico Eugenio, una vera perla sulla quale non vi anticipo nulla.
Genova e Giuseppe Verdi, nel lontano 1841 il compositore soggiornò nella Superba, al Carlo Felice si rappresentava la sua opera “Oberto, conte di San Bonifacio”.
Fu un fiasco colossale e una sera uscito dal teatro, per consolarsi dell’insuccesso, Giuseppe Verdi si ristorò con due tazze di brodo di trippa presso la trattoria Tulidanna che ai tempi si trovava in Via San Sebastiano.
Era un locale frequentato da patrioti e garibaldini, lì si potevano incontrare Nino Bixio e Goffredo Mameli.
La Tulidanna ai giorni nostri non esiste più.
Resta invece la tripperia di Vico Casana con il suo fascino antico.

Tripperia La Casana

La trippa, un piatto semplice e casalingo, una genuina bontà.
Tripperia di Vico Casana (2)

E in Vico Casana c’è trippa in abbondanza.
E allora, che siate genovesi o foresti, quando passate per i caruggi venite a scoprire le bellezze di Zena.
I portali e le chiese, le piazzette e i campanili, i palazzi dei rolli e certe dimore con i soffitti affrescati.
E La Casana, il regno della trippa.

Tripperia di Vico Casana (3)