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Posts Tagged ‘Vico del Duca’

Vi porto là, in Vico del Duca, un caruggio che si trova proprio di fronte a Palazzo Tursi, da Via Garibaldi si arriva giù, alla Maddalena.

Qui, in Vico del Duca, il sole e l’ombra giocano volentieri.

Metto indietro la mia macchina del tempo e balziamo così in un altro anno.
Come sempre sfoglio la mia Guida Pagano del 1926 e con la fantasia mi pare di vedere un mondo di indaffarati bottegai.
Il signor Ignazio vende carbone, ci sono ben cinque osterie in questo caruggio, ci sono anche un fabbro, una stiratrice, un ottonaio, un calzolaio e una fornitissima merceria.
In Vico del Duca, nel 1926.

Il cielo lucente è sempre uguale, rimane un incanto di questa città e non puoi dire di conoscere Genova se non hai mai guardato il suo cielo in questa maniera, tra gli archetti.

Tra i colori della città vecchia, caldi e solari.

E andiamo ancora più indietro nel tempo.
Là, tra le case alte di Vico del Duca, pendono gioiosi i panni stesi.

E ancora adesso capita di vederli, sospesi lassù nell’azzurro.

Osserviamo meglio, con più attenzione.
Finestre aperte, persiane, vita.
E sopra il lampione a muro, si notano protese in fuori le bianche mampae delle quali ho già avuto modo di parlarvi in questo post.
Le mampae venivano poste davanti alle finestre: su un telaio si fissava una tela bianca che serviva a riflettere la luce in questi vicoli spesso bui.

Fiori, corde da stendere e foglie verdi.
Adesso come allora, forse.

Rosso sgargiante, questa è la magia dei panni stesi.

In una strada di Genova un tempo abitata da persone a noi sconosciute.
Un uomo porta un sacco sulla spalla, un altro se ne sta appoggiato al muro, Vico del Duca è tutto un via vai di massaie.
E ancora, sulla destra, si nota una delle mampae.

Passo spesso di qui, mi incantano i colori, le storie che non potrò mai conoscere, le vite passate di tutti coloro che hanno attraversato questo vicolo.

Era diverso e a volte mi sembra quasi di averlo veduto.

Il cielo, invece, è sempre uguale.
Eternamente brillante, sovrasta i cuori e le vicende umane.

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L’altra mattina, per puro caso, sono andata per caruggi con Modigliani.
Mi spiego meglio, cari lettori: come al solito vagavo senza meta, solo per il piacere di gironzolare per i miei vicoli e ad un certo punto mi sono accorta di avere nella borsa il depliant della mostra di Modigliani in corso a Palazzo Ducale.
E quindi abbiamo fatto un giretto insieme, mi sembra logico, no?
Eccoci in Salita San Siro, sotto uno squarcio di turchese tra le case dalle tinte calde.

Abbiamo attraversato Via dei Macelli di Soziglia.
E sì, i colori di questo dipinto mi sembrano in perfetta armonia con le sfumature della città vecchia.

E poi ancora, su e giù per caruggi, lasciandoci alle spalle la chiesa della Maddalena.

Su per la salita, davanti a noi si stagliavano gli edifici nobiliari di Via Garibaldi.

Per caruggi, con Modigliani: non ci siamo persi una tappa in Vico del Duca.

Poi abbiamo percorso la via dei Rolli, devo dire che ho scelto uno fantastico compagno di viaggio.
In ogni luogo, insieme a lui, pura armonia.

Ci siamo fermati davanti alla maestosa chiesa della Nunziata.

E poi, ancora oltre.
Il dipinto riportato sulla copertina della brochure è del 1919 e forse saprete che l’opera si intitola così: Giovane con i capelli rossi o lo studente.
E allora, in questo mio strambo girovagare, ho pensato di portarlo in Via Balbi, nella zona dell’Università.
Sì, ci sono andata apposta, lo ammetto!

A breve andrò a vedere questa mostra prestigiosa, davvero è da non perdere.
Intanto, in un giorno di cielo terso, sono andata per caruggi con Modigliani.
E in ogni luogo, sempre, tutto mi è sembrato perfetto.

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Estate, caruggi e panni stesi.
E il filo teso davanti alla finestra che si veste di poesia.
Li ho impressi nella mente gli scorci imperdibili della mia Genova e così so dove andare quando desidero vivere una storia che narri del profumo fresco del bucato che asciuga all’aria aperta.
E anche la città dei tetti ha i suoi panni stesi che vestono le ardesie di colore.

Tetti su Via del Campo

E per le vie del centro storico a volte ci sono tinte pastello che si stagliano contro le facciate delle case.

Vico dei Migliorini

Ma io davvero so precisamente dove andare, questo è il mio giro di fili da stendere per i caruggi.
E sempre mi porta in Canneto il Lungo dove so che troverò un’esplosione di luce e di rosso.

Canneto il Lungo

Talvolta invece cerco una nota chiara, quasi un bianco e nero.
E la trovo, sempre.

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E poi so che in Piazzetta dei Maruffo bisogna fermarsi, tirare la testa indietro e guardare in alto, davvero molto in alto.

Piazzetta Maruffo (2)

E poi bisogna voltarsi verso altre imposte che qui vedete chiuse.

Piazzetta Maruffo

Luoghi che amo, luoghi che conosco bene.
E allora percorro tutta Via dei Giustiniani, fino all’archivolto.
E so che lì troverò una piccola poesia di colori.

Via dei Giustiniani (2)

E poi ancora guardo verso l’alto ed è blu, verde, rosa, rosso e azzurro.
Ed’ è estate sgargiante contro i muri scuri.

Via dei Giustiniani

E quando mi trovo qui so bene che devo svoltare verso Piazza Embriaci, non me ne dimentico mai!
Ogni volta vado a guardare proprio quel filo da stendere.
Cartazucchero, celeste, mattone.

Piazza Embriaci

E sempre ritorno, così capita che ritrovi la stessa tovaglia e lo stesso asciugamano dopo molti giorni.
Che qualcuno se li sia dimenticati?

Piazza Embriaci (2)

Passeggiare per caruggi in cerca di panni stesi a volte riserva sorprese.
Arancio brillante e una bicicletta fucsia, nella penombra dei caruggi.
Sono storie così, storie di caruggi.

Vico San Biagio

E a volte hanno tutti i toni del blu, a pochi passi dal mare.

Vico di Santa Rosa

Blu di Genova dalle finestre di Genova.

Vico di Santa  Rosa

Un suono squillante, il pianto di un neonato che risuona nel vicolo.
Nessun altro rumore, solo quei singulti infantili che qualcuno ha prontamente consolato.
E una finestra, un palazzo dalle tinte tenui.
E quei colori rosati, sembra una casa di bambole.

Piazza Valoria

E ancora c’è un luogo dove vado sempre.
E so che lì troverò un’altra dolce poesia che dondola sul filo da stendere.

Vico dietro il Coro di San Cosimo

E so che sulla facciata di quel palazzo che un tempo ospitò gli uomini fedeli a Garibaldi ci sarà certamente qualche magia che attende solo uno sguardo.

Piazza Caricamento

Caruggi e panni stesi, un viaggio che muta con le stagioni, un quadro ogni giorno diverso.
E allora sono lenzuola candide e un’antica colonna, in Scurreria Vecchia.

Via di Scurreria Vecchia

E’ il sacro e il profano che così spesso convive in queste strade.

Via San Pietro della Porta

E’ un bagliore di luce, di rosso e turchese.

Vicoli - panni stesi (2)

Ed è tutte le sfumature dell’arcobaleno sotto le persiane ocra di Piazza del Ferro.

Piazza del Ferro

Luoghi che amo, luoghi che conosco bene.
E alcuni di questi caruggi li avete già veduti in quest’altra storia di caruggi e panni stesi.
Sono le mie strade, quelle dove sempre ritorno.
E sono tante piccole poesie ed io so dove trovarle.
E quando percorro Via Garibaldi il mio sguardo lascia sempre quella prospettiva di palazzi regali per cercare la bellezza di quegli antichi caruggi che portano giù, verso la Maddalena.
E sempre guardo in alto, verso il cielo, in Vico del Duca.

Vico del Duca

Sono i miei caruggi.
I caruggi stretti, angusti e spesso ombrosi della mia Genova.
Sono le mie strade, quelle dove sempre ritorno.
E so che basta un unico  raggio di sole e tutto muta e si veste di luce dorata.

Vicoli - panni stesi - Copia

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C’era una volta una città sull’acqua e il suo simbolo era il re della foresta.
Una città incantata, posata come un gioiello sulla laguna, una città di gondole e di balli in maschera, una città unica al mondo, Venezia.
E sapete, laggiù un giorno accadde un fatto strano, i suoi leoni di pietra si risvegliarono creando grande scompiglio, correvano per le calli ruggendo minacciosi, il terrore serpeggiava nei campielli e lungo i canali.
Come si affrontano i leoni? Come si placano? Ma è semplice, raccontando loro fiabe della buonanotte per farli addormentare.
Fiabe che hanno come sfondo quella città fatata, Venezia.
Ma sapete cosa accadde?
Era inverno, spirava un vento gelido.
Forse voi lo ignorate, ma il vento porta i suoni, le musiche e le voci.
E un ruggito si levò e fluttuò nell’aria, attraversò le pianure e i monti, i laghi e i fiumi e senza perdere vigore rimbombò su un’altra città sull’acqua.
E sapete, anche laggiù c’erano dei leoni che si destarono dal loro sonno.
E alzarono la coda, si insinuarono giù per i caruggi e le persone presero a scappare terrorizzate, un fuggi fuggi tra vicoli e piazzette!
Bisognava ricorrere ancora alla magia delle fiabe e così ci pensò una bimba a raccontarle.
Così iniziano le fiabe: c’era una volta.
Leoni, state bravi, incrociate le zampe ed ascoltate, vi racconto una storia.

Leone

C’era una volta una città, tra le colline e il mare, una citta che tutti chiamavano La Superba.
E la nobiltà laggiù, faceva gran sfoggio d’eleganza.
Abiti sontuosi, broccati e morbidi velluti, sete scivolose  e pizzi,  coloro che possedevano molte sostanze sperperavano i loro denari in abiti ricchi e sfarzosi.
La fama di questa predilezione varcò i confini della città e arrivò in un lontano paesino immerso nelle umide brume delle Fiandre.
E due uomini partirono da lassù, in una fredda mattina nevosa, per giungere a Genova, la Superba, armati di astuzia e di parlantina sciolta.
I loro nomi?
Agostino e Filostrato, per servirvi, così si presentavano.
Costoro erano due scaltri malfattori, due truffaldini della peggior specie che si facevano passare per abili tessitori.
Aprirono persino una bottega, certo, accanto a molte altre di lunga tradizione.
In Piazza dei Tessitori, manco a dirlo, a poca distanza da Piazza delle Erbe.

Piazza delle Erbe

Piazza delle Erbe

Agostino e Filostrato, per servirvi.
Ago e Filo, signori genovesi, tessitori delle Fiandre e maestri d’un arte raffinata.
Oh, andavano dicendo che la loro stoffa era davvero speciale!
Non solo era una splendida manifattura dai colori brillanti, era preziosa quanto rara, i vestiti fatti con quella stoffa erano invisibili agli sciocchi e a coloro che non erano all’altezza della loro carica.
E andavano decantando la loro opera presso le più blasonate famiglie di Genova.
– Ago e Filo, per servirvi.
E giù con un ossequioso inchino.
Non avevano fatto i conti con il carattere dei genovesi, però.
– Foresti?
Oh, non se ne parla! A Genova non si da credito a nessuno, la fiducia bisogna conquistarsela, altrochè!
E sebbene andassero di gran moda i sofisticati tessuti delle Fiandre, i genovesi si rivolgevano solo a certi rinomati e fidati sarti, che cucivano da sempre  i guardaroba delle dame e dei loro nobili consorti.
Le speranze di Ago e Filo di tornarsene a casa con una borsa piena di denari sonanti erano ridotte al lumicino, che disdetta, ci voleva un colpo di fortuna!
Ci credereste? In capo a pochi giorni si presentò un’occasione speciale.
La città intera era trepidante per l’arrivo di un imperatore di un regno lontano con il quale i Genovesi avevano certi fruttuosi commerci.
E sapete, all’epoca a Genova si usava accogliere le autorità in alcuni magnifici edifici, detti Palazzi dei Rolli.
E tutti facevano a gara per avere l’Imperatore quale gradito ospite, Strada Nuova era in fermento.
Da chi andrà l’imperatore? Quali scaloni salirà?

Via Garibaldi

Da chi andrà l’imperatore? Quali scaloni salirà?

Palazzo Gio Battista Spinola

Lasciarono a lui la scelta, ma l’Iimperatore davvero non sapeva quale dimora privilegiare.
Si allontanò da Strada Nuova e in ogni  dove trovò palazzi tirati a lucido e  che cortili  lussuosi!

Palazzo Reale 5

E che luoghi regali!

Palazzo Reale

E che splendidi atri!

Via Garibaldi (2)

Fu davvero difficile per lui, ma alla fine dovette decidersi e scelse un magnifico palazzo con ampi saloni ricchi di marmi e stucchi, una vera reggia!
L’Imperatore era famoso per la sua vanità, amava viaggiare su un carrozza tempestata di rubini e su un altro cocchio, tutto d’argento, faceva trasportare i suoi bauli, pieni zeppi di mantelli e pellicce, di camicie fini e impalpabili, coi polsini impreziositi da bottoni pregiati, per non parlare poi della sua collezione di scarpe dalle fibbie luccicanti.
Genova è una piccola città, le voci corrono rapidamente e quando all’imperatore giunse notizia della stoffa magica di Ago e Filo, subito si affrettò a chiedere chiarimenti al nobiluomo che lo ospitava.
Costui, scuotendo il capo, rispose:
– Foresti! Non mi fiderei…
Ma l’Imperatore non diede retta, voleva quella stoffa, ad ogni costo!
Voleva un vestito invisibile agli sciocchi e a coloro che non erano all’altezza della loro carica!
E così venne mandato un valletto e Ago e Filo si presentarono al cospetto dell’Imperatore.
– Ago e Filo, per servirvi. La più magnificente stoffa delle Fiandre per voi!
E per tesserla serviranno oro e argento, seta finissima e lucida, la migliore del mondo.
Erano lì, in piedi al centro del salone, in uno splendido palazzo dei Rolli.
E davanti ad Ago e Filo c’era il nobiluomo genovese che perplesso aggrottava la fronte, mentre l’Imperatore si faceva prendere da crescente entusiasmo.
Attorno a loro i dignitari dell’Imperatore, alcuni parevano preoccupati, altri molto incuriositi.
Ah, finalmente gli stupidi e gli incompetenti sarebbero stati smascherati!
Ad Ago e Filo vennero inviati tutti i materiali preziosi che avevano richiesto e i due si misero all’opera con i telai.
Telai vuoti si intende, che truffatori!
Passarono i giorni e l’imperatore divenne impaziente.
Oh, voleva sapere a che punto era il lavoro!
E così mandò in Piazza dei Tessitori il suo ministro più anziano, un Duca dai cappelli rossicci e con la faccia lentigginosa, che di gran carriera imboccò proprio Vico del Duca.

Vico del Duca 1

Dapprima cercò di arrangiarsi, ma senza successo così cominciò a chiedere informazioni.
– Scusate, per Piazza dei Tessitori?
Malgrado le spiegazioni non ci si raccapezzava, caspita quella città era un labirinto!
A malincuore ritornò sui suoi passi e si precipitò a palazzo, supplicando di essere accompagnato da una persona del posto.
– Ecco il primo sciocco – pensò tra sé e sé l’imperatore – Figuriamoci se vedrà il mio vestito nuovo!
E dovevate vedere la faccia del ministro, quando si ritrovò davanti al telaio vuoto di Ago e Filo!
I due decantavano la bellezza della stoffa, la lucentezza dei ricami e il pover’uomo, che non vedeva nulla, impallidì.
Ma Ago e Filo continuavano a ripetere:
– Guardi che precisione! E che meraviglia di disegno!
Il Ministro annuì con convinzione e disse che davvero era magnificente, una stoffa unica e stupefacente!
E così disse all’Imperatore, la stoffa era davvero regale!
I due chiesero altri soldi, oro e seta per terminare l’opera e in breve tempo li ricevettero.
Venne inviato un altro dignitario.
E insomma, anche lui non vedeva un accidente, ma se ne guardò bene dal dirlo e confermò che quella stoffa era magnifica come nessun’altra.
E anche lui, come il Ministro, disse all’imperatore che era un lavoro perfetto.
L’imperatore volle così  vedere con i propri occhi la famosa stoffa e si recò con il suo seguito presso i due tessitori.
Sconcerto e sorpresa, sui telai c’era il vuoto!
Si avvicinò per guardare meglio, ma niente da fare! Che agitazione! Pareva che tutti quanti vedessero la stoffa tranne lui, i dignitari erano tutti stupiti ed entusiasti, un coro di elogi risuonava nella bottega.
– Oooh, che bella!
– Ma che meraviglia!
– Splendida!
E l’imperatore, sebbene un po’ interdetto, finì per dire che quella era davvero la stoffa più mirabile delll’universo, ricompensò i tessitori con molti denari e diede ordine che l’abito venisse confezionato.
– Che si prendano le misure per l’abito! – Esclamò Ago brandendo il metro.
– E che si tagli la stoffa! – Gli fece eco Filo.
Lavorarono tutta la notte e tutti i genovesi della zona videro quanto i due tessitori si adoperassero  per la buona riuscita del vestito nuovo dell’Imperatore.
Era previsto che lo indossasse per il grande corteo imperiale che doveva svolgersi per le vie della Superba.

Via Lomellini 4

Ago e Filo giunsero a Palazzo di buon mattino, entrambi con le braccia protese, come se reggessero il prezioso abito.
E dovevate vederli, mentre aiutavano l’imperatore a vestirsi!
E dovevate sentire i commenti degli astanti, che stupore e che sfarzo!
E lui, l’imperatore, si rimirava davanti allo specchio pavoneggiandosi senza ritegno!
Nessuno vedeva niente, ma ognuno se ne guardò bene dal dichiararlo, era un tripudio di elogi, i genovesi tutti e i dignitari dell’imperatore si profondevano in sperticate lodi sulla lievità dello strascico e sulle pieghe della maniche leggere come nuvole, sui dettagli preziosi di ogni singolo centimetro di quell’abito.
L’imperatore, altero e cerimonioso, si mise alla testa del corteo imperiale  e si mosse fendendo due ali di folla.
Incedeva a lenti passi, regale ed orgoglioso.
E al suo passaggio un brusio sommesso saliva con crescente entusiasmo, quale meraviglia il vestito nuovo dell’imperatore!
E poi d’improvviso, da un caruggio sbucò un ragazzino si fece largo tra la gente e al passaggio dell’Imperatore lo indicò con il dito e gridò:
– Ma non ha nulla addosso!
E allora tutti i presenti, come scossi, lo seguirono e si udì un coro che divenne una voce sola.
– Non ha nulla addosso! L’imperatore non ha nulla addosso!
E lui diventò rosso per la vergogna, lo sapeva bene di essere senza vestiti, ma per niente al mondo avrebbe smesso di ostentare la sua maestosa regalità.
Terminò così la sua sfilata, con la fierezza che si conviene a un imperatore, tronfio del suo splendido vestito nuovo.

E qui termina questo gioco, spero che vi siate divertiti.
Volete sapere se i leoni si sono riaddormentati? Ma certo, le fiabe della buonanotte funzionano sempre!
E ora credo di dover fare una dedica ed alcuni ringraziamenti.
Dedico le disavventure dell’imperatore a Ettore, il più piccino dei miei lettori, e ai suoi tre fratellini, i figli di Maddalena e Edoardo, i blogger di Farmacia Serra.
Il progetto dei Leoni Veneziani, antologia di fiabe ambientate a Venezia e scritte da diversi autori,  è un’idea originale di Andrea Storti,  con un fine nobile, qui  trovate il sito con tutte le informazioni, complimenti a lui per la splendida iniziativa.
Grazie di cuore, con immenso affetto, al mio caro amico Chagall, che  mi ha regalato il libro e mi ha coinvolto con il suo travolgente entusiasmo per i leoni e per il fantastico mondo delle fiabe.
E grazie a un amico di tutti noi, Hans Christian Andersen, che scrisse la fiaba “I vestiti nuovi dell’Imperatore” da me liberamente interpretata ed ambientata nelle strade della mia città.
Lui ci ha lasciato parole per i nostri sogni, questo sono le sue fiabe.
E spero che lo scrittore danese non se ne abbia a male per questo mio volo di fantasia, lui che alla mia città dedicò queste parole:

Genova, poi, sorge sulle colline, in mezzo a oliveti verdi-azzurri. Nei giardini crescevano aranci e melograni, e i lucenti limoni verde pallido facevano pensare alla primavera, proprio allora che noi scandinavi ci approssimiamo all’inverno. I temi degni d’un quadro si succedevano l’un l’altro; per me tutto era nuovo e indimenticabile…

Hans Christian Andersen, Impressioni

Limoni

I limoni di Palazzo Reale

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C’era una volta un nobiluomo, che nel lontano 1747 giunse a Genova.
Si chiamava Louis François Armand de Vignerot du Plessis, Duca di Richelieu ed era il pronipote del celebre Cardinale.
Statista, diplomatico di rilievo, era un personaggio molto in vista alla corte di Francia, fondamentale fu il suo apporto all’ascesa di Madame du Barry.
Oltre a ciò, il Duca di Richelieu aveva fama di essere un impenitente tombeur des femmes.
Ah, i francesi! Come sanno ammaliare loro, nessuno mai!
Così il Duca, con la sua parlata suadente ed i modi raffinati, annoverava nomi di pregio tra le sue conquiste e se la godeva, sollazzandosi allegramente tra sinuose cortigiane e fanciulle di sangue blu.
Pensate che due nobildonne, la Marchesa de Nesle e Madame de Polignac, arrivarono persino a sfidarsi a duello per avere il privilegio delle sue attenzioni.
Si narra persino che, per il personaggio di Valmont in Le relazioni pericolose, De Laclos si sia ispirato proprio alla figura di du Plessis.
Si può così comprendere come il Duca, avvezzo in tal maniera a tanta considerazione, fosse oltremodo sicuro di sé, del suo fascino e delle proprie arti di seduttore.
Finché appunto, non giunse nella Superba.
Gli aristocratici genovesi lo accolsero con tutti gli onori, l’illustre diplomatico divenne presto l’ospite d’onore del jet set cittadino.
Feste e serate al chiaro di luna, nei palazzi di Strada Nuova, nelle dimore nobiliari, con tavole imbandite di sontuosi banchetti, danze e trattenimenti di ogni sorta.

Lui stesso non era da meno, una volta organizzò uno sfarzoso ricevimento a bordo di una mezza galera, suscitando ammirazione e non poco stupore tra i convitati.
Ma il passatempo preferito del nobiluomo era un altro, sopra ogni cosa il duca prediligeva i goduriosi e insostituibili piaceri del talamo.
Oggetto dei suoi desideri e delle sue fantasie fu la giovane Pellina Lomellini, moglie di Rodolfo Brignole Sale e cognata del Doge, Gian Francesco.
Aveva il suo bel da fare il povero Richelieu nell’affannarsi a sedurre la dolce fanciulla, lei non ne voleva per niente sapere!
Il Duca era estremamente seccato.
Una donna che lo rifiutava? Ma quando mai!
Partì lancia in resta con un serratissimo corteggiamento, facendole recapitare ogni giorno un mazzo di fiori, quindi tentò la carta della religione, fingendosi molto devoto, pensando così di far breccia nel cuore di lei, che aveva una fede salda e provata.
Tutto inutile, Pellina lo disdegnava.
Andò persino peggio quando cercò di farla bere, con la speranza che lei, colta da ebrezza, si lasciasse andare.
Infatti, il povero Duca si ritrovò ubriaco fradicio e cadde vittima di quel sonno che coglie quando si è troppo abusato dell’alcool, e la bella Pellina sfuggì ancora una volta alle sue grinfie.
Un brutto affare, non c’è che dire!
Ma un giorno, finalmente, uno spiraglio.
Richelieu, gongolandosi nell’autocompiacimento, ricevette un prezioso biglietto, firmato da Pellina.
Lei lo invitava a raggiungerlo in una casa, nella zona di Strada Nuova, dove finalmente avrebbero potuto abbandonarsi alle gioie dell’amore.
Oh, ma lei è timida e ritrosa! E così pretende che tutto si svolga al buio completo!
Il Duca si recò baldanzoso al suo appuntamento, non una, ma bensì due volte.
Eh, la curiosità!
Come resistere alla tentazione di ammirare le belle forme della tanto desiderata Pellina dal buco della serratura?
E così, al fioco lume di una candela, il povero Louis avvicinò l’occhio allo spioncino e dall’altra parte intravide, con somma sorpresa ed un certo disgusto, una signora un po’ agée, larga di fianchi e priva di qualunque attrattiva.
Costei, da lungo tempo innamorata pazza del bel francese, ben conoscendo quanto egli avesse un debole per Pellina, aveva usato questo ingegnoso trucco per poter finalmente ottenere la sua tanto vagheggiata notte d’amore con il Duca!
Riguardo a lui, immagino che sia scappato a gambe levate, infilandosi di gran carriera giù per i caruggi!
Chissà, magari avrà preso la via di fuga passando proprio per Vico del Duca!

E fu così che il seduttore se ne tornò in Francia a bocca asciutta, sono certa che abbia abilmente glissato sulle sue conquiste genovesi.
Non saprei dirvi però se, negli anni a seguire, abbia ripensato più volte alla bella Pellina o alla flaccida signora che aveva così abilmente carpito la sua fiducia.
Chercez la femme, direbbero i francesi.

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