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Posts Tagged ‘Vicoli’

Quando incontri certi tipi originali alla fin fine ti rimangono impressi e quindi è sempre un piacere rivederli.
E mi succede spesso di imbattermi nei soliti tipetti, d’altra parte gironzolando nelle loro zone è anche normale, alcuni di loro sono vecchie conoscenze di questo blog e sono già comparsi su queste pagine.
Ricordate il piccolo custode del negozio di fiori artificiali di Via Malta?
Come dimenticarlo!
Eccolo lì, a presidiare l’ingresso!

E lo stesso vale per il soldo di cacio che vigila in Canneto il Lungo.

Lo fa con un certo impegno e con la dovuta attenzione, c’è da riconoscerglielo.

Cane (3)

E il cane del tappezziere della Maddalena? Sempre al suo posto!

Cane (4)

I prossimi personaggi, invece, non sono mai apparsi su queste pagine e soltanto perché prima non ero mai riuscita a fotografarli.
Ecco qui un tipo sussiegoso che se ne sta in un frequentatissimo negozio dei caruggi.

Cane (5)

Un po’ più in là c’è anche un suo collega.

Cane (6)

E magari alcuni di voi si ricorderanno del piccoletto che sta nel negozio di cupcakes in Via al Ponte Reale.
Ecco, l’altro giorno era sempre lì, con il suo bel fiocco rosa e con un ciuffetto davanti al musino, accoccolato davanti alla porta.
Succede così, girando per Genova, finisci per incontrare sempre i soliti tipetti.

Cane (7)

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Del mio gironzolare per caruggi mi piace anche capitare in certi vicoli per caso, alle volte, quando i negozi non sono ancora aperti e in certe pigre mattine quasi inaspettatamente silenziose.
Inizia così questa passeggiata, con la cupola di San Siro che si specchia nel vetro di una finestra di caruggi.

E quando la luce fa queste magie allora io so che è ancor più emozionante perdersi tra i vicoli senza alcuna meta, proprio come piace a me.

Piazza della Meridiana

Così, scendendo verso la Maddalena, ammirando il sole e la linea dell’ombra.

Vico di San Pasquale

Dividendo questo spazio di cielo con le creature dell’aria che si librano oltre i tetti e sotto le nuvole.

Dove puoi soltanto aspettare che tutto cambi e accade davvero in poco tempo, una magia che si ripete e non è mai uguale.

Vico di Porta Vecchia (2)

E poi giù, in Via della Maddalena dove ho visto passare una coppia di turisti con trolley, cartina e scarpe comode.
Stupore non solo mio, in queste parti così antiche di Genova.

Via della Maddalena (1)

E angioletti paffuti e il simbolo di Maria.

Via della Maddalena (2)

E cielo azzurro, ringhiere, finestre e terrazzini.

Via della Maddalena (3)

E vetri dove si riflette la chiesa della Maddalena.

Via della Maddalena (4)

E piante e facciate colorate di caruggi.

Via della Maddalena (5)

E sempre cielo turchese così intenso.

Via della Maddalena (6)

Sali e scendi, tra chiese e palazzi fastosi, nel tempo di questa primavera capricciosa.

Piazza della Maddalena

Tra caruggi e panni stesi, tra incanti di luce e inaspettati specchi.

Via della Maddalena (7)

A volte non occorre davvero altro, basta soltanto il desiderio di saper vedere.

Vico Inferiore del Ferro

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Vi porto di nuovo con me in Vico della Neve, un semplice caruggio che ha per me la sua parte di fascino.
Non solo per il toponimo così evocativo ma anche per i suoi colori, per la dolcezza della sua discesa silenziosa che sfocia davanti ai negozi di Soziglia, per le sue pietre e per quei dettagli forse per altri insignificanti, per il mondo che puoi solo provare ad immaginare quando cammini in questi caruggi, per i giochi di luce ed ombra inimitabili.

In Vico della Neve, in epoche ormai lontane, si facevano buoni affari vendendo neve, ghiaccio e acque gazose e vi rimando a questo post che vi porterà a passeggio su e giù per questo caruggio alla scoperta delle sue nascoste bellezze.
Come ben sapete è per me sempre una gioia aggiungere piccoli tasselli al mosaico del tempo andato, a volte accade grazie ad una fotografia, in altri casi è merito di una cartolina pubblicitaria.
Andiamo indietro nel tempo, andiamo negli anni ‘20.
Quel caruggio a quell’epoca era certo più frequentato, c’era un diverso tessuto commerciale e in alcuni vicoletti si trovavano attività e negozi poi scomparsi.

Il vicolo è a due passi da Soziglia e da Campetto, zone di botteghe e di uffici dove lavoravano solerti e coscienziosi impiegati che usavano montagne di carta, era inevitabile che molta di essa andasse poi a finire la cestino.
E nella catena produttiva del commercio ecco spuntare un abile imprenditore, lui doveva essere uno che conosceva bene il valore della pubblicità e sapeva come far conoscere i suoi efficienti servizi.
Ecco qui la sua cartolina pubblicitaria con tanto di numero di telefono e con una precisa spiegazione per trovare Vico della Neve: da Piazza Soziglia a Via Chiossone, d’altra parte non tutti son pratici di caruggi!
E sapete una cosa?
Mi è venuto da sorridere a pensare che il proprietario di questa gloriosa attività si occupava di carta da macero e per un caso del destino la sua cartolina pubblicitaria è invece arrivata indenne fino a noi e adesso riposa placidamente nella mia scatola.
Fa parte del passato di Vico della Neve, è un piccolo frammento di vita nei caruggi di Genova.

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Quando dico che questa città è una continua sorpresa davvero non scherzo, molto spesso infatti mi capita di meravigliarmi e di scoprire cose nuove che non avevo notato prima.
E così è accaduto proprio qualche giorno fa, ero nei caruggi e avevo bisogno di fare un certo acquisto e quindi sono andata in Piazza Senarega alla Farmacia Burlando che è molto comoda per quelli che come me amano gironzolare per il centro storico.

A Genova, a volte, il passato e il presente convivono in perfetta armonia e se andrete in questo negozio vi capiterà di notare un’antica colonna.
Allora mi sono messa a chiacchierare con una gentile dottoressa che mi ha spiegato che la sua farmacia è la numero 16 di Genova e quindi ha una storia molto lontana.
E infatti una volta a casa sono andata a cercare notizie sulle mie guide del passato e ho scoperto che già nel 1882 c’era una Farmacia in Piazza Senarega.
Facile immaginare che qui siano venuti certi antichi genovesi di un’altra epoca in cerca di conforto e medicamenti, speranzosi di trovare consigli e cure per certi loro malanni.

Farmacia Burlando (2)

Là, in quella farmacia dei caruggi.
E basterebbe già l’antica colonna a suscitare meravigliato stupore ma le sorprese non sono finite!
E infatti se alzerete gli occhi verso la parte di muro che sovrasta la colonna noterete alcune parole in rima e in dialetto, mi ha detto la gentile farmacista che le hanno trovate in occasione di certi lavori.
Sinceramente io le ho notate proprio in questa occasione, eppure in questa farmacia sono entrata diverse volte.
Cose che si vedono in una farmacia della Superba, dove su certi muri c’è traccia della saggezza popolare di certi antichi genovesi.

Farmacia Burlando (3)

Una purghetta, impiastri, unguenti
possono servire in certi momenti:
ma per lo più una gran medicina
sono le pillole di gallina
con un bicchiere di buon vino
presto a letto e su al mattino.

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Non sono riportati i loro nomi, il solerte cronista che scrisse le notizie su di loro si astenne da precisare troppi dettagli ma noi non faticheremo certo ad immaginarle.
E andiamo a quei giorni, siamo agli inizi di ottobre del 1921 e sul quotidiano Il Lavoro vengono pubblicati alcuni brevi articoli sulla protesta delle besagnine, così si chiamavano a Genova le fruttivendole, il loro nome deriva dal Bisagno dove certi antichi contadini avevano i loro orti.
E allora figuratevi questo piccolo esercito di volonterose e battagliere lavoratrici, parliamo di gente che si spacca la schiena per mettere il pane sulla tavola.
Ah, quelli del Comune le dovranno stare a sentire, non si possono ignorare le necessità di madri di famiglia, in molti casi sono vedove di guerra con molti figli da crescere e da sfamare.
Ed eccole le besagnine di Prè, da anni ognuna di loro occupava un posto fisso tramandato di madre in figlia, in certe famiglie lo si conservava da 50 anni o persino da 100 anni.

E dunque, costoro lavoravano in certi punti precisi di determinate vie, ad esempio proprio in Via Prè, in Via Lomellini e in Piazzetta San Filippo.
Chiaramente si sono unite alla protesta anche le venditrici ambulanti, quelle che arrivano con le ceste oppure con il somarello.
Tutte unite, tutte compatte a reclamare ad alta voce e a chiedere considerazione.

E insomma, la faccenda è seria.
Dovete sapere che in quel periodo si aprono al pubblico due mercati, quello di Piazza Statuto e quello del Carmine.
Di conseguenza, per ragioni di igiene e viabilità, in molte strade e portici della Superba viene vietata la vendita ambulante, ad esempio alla Nunziata, in Corso Carbonara, in Spianata Castelletto e in Via Garibaldi, in Fossatello e in Piazza della Meridiana.

E tuttavia le nostre besagnine giustamente mugugnano perché pure loro hanno diritto di tirare a campare senza difficoltà.
E in primo luogo dicono che a loro dovrebbe essere accordata una sorta prelazione sul posto al mercato e a quanto pare non è stato così.
Inoltre protestano perché sono state relegate davanti alla Commenda e quello, a quanto dicono, non è un buon posto per gli affari e per di più le povere donne se ne devono stare sotto il sole e tra l’altro in questo modo la verdura si guasta, è una brutta faccenda questa!
Comunque, io non so come sia andata a finire, il quotidiano Il Lavoro si fece portavoce di queste donne e voglio sperare che sia stata trovata una soluzione adatta alle esigenze di tutti.
Quando passate nei caruggi, magari dalle parti di Prè, ricordatevi che prima di voi qui passarono certe fiere lavoratrici.
Ci andavano con un somaro e con le ceste cariche di verdura e questo accadeva meno di cento anni fa.

 

 

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Un viaggio non termina mai se lo sguardo sa divenire memoria del proprio vissuto, un viaggio a volte resta nell’album dei ricordi che costituiscono l’esperienza di una persona, tutti noi abbiamo momenti preziosi da conservare e condividere con le persone che amiamo.
Nel tempo che era un altro tempo nacque un album dei ricordi che oggi anche voi potrete sfogliare: appartenne a Giacomo Costa, membro della famiglia di armatori legata a doppio filo alla storia di Genova.
E allora immaginate lui: Giacomo è giovane ed entusiasta, ha 28 anni e parte alla volta dell’America, lo scopo del suo viaggio è l’esportazione dell’olio d’oliva, sarà negli Stati Uniti per due lunghi periodi, nel 1924 e nel 1931.
E poi, il viaggio è vita, scoperta, nuove prospettive, emozioni.
Giacomo Costa ama la fotografia, nel corso di quei viaggi e durante tutta la sua vita il suo sguardo fisserà istanti, luoghi, sorrisi di bimbi, momenti del quotidiano, frammenti di vita.
Quel suo album dei ricordi è composto da 2000 preziose lastre fotografiche conservate da suo nipote Eugenio che come il nonno ha un talento innato per la fotografia e anche un grande amore per Genova.
Si deve proprio al fotografo Eugenio Costa la mostra allestita a Palazzo Grillo in Piazza delle Vigne fino al 28 Aprile e visitabile ad ingresso gratuito dal mercoledì alla domenica dalle 16.00 alle 20.00.
Giacomo Costa – L’America in 3D 1924-1931 è un’esposizione che ha un’alta cifra di fascino perché vi trasporta davvero in un’altra epoca.

Che America è quella narrata da Giacomo Costa?
È scorci in bianco e nero, bandiere e una scenografica parata, vedute di grattacieli e di persone ritratte mentre camminano sotto a un altro blu.
Troverete appese alle pareti alcune stampe ma Eugenio Costa vi racconterà che suo nonno Giacomo non stampava mai le sue fotografie, lui sfogliava il suo album dei ricordi con il Taxiphote, lo speciale visore che consente la visione delle lastre restituendo le immagini in 3D.
Ed è quello che farete anche voi, vedrete le fotografie di Giacomo Costa con l’apparecchio che lui stesso usava.

Giacomo Costa conservava le sue fragili e preziose lastre fotografiche in un mobile dai molti cassetti, in ognuno di essi ancora adesso sono racchiuse quelle sue memorie.
E non c’è soltanto l’America, ci sono anche i ricordi di famiglia e le comunioni, le gite estive e giornate al mare, i bambini in fila e le foto delle nozze, i sorrisi amorosi di giovani mamme e gli svaghi di spericolati sportivi con attrezzature da sci per noi improbabili.

E la magia del 3D restituisce immagini vere e reali, sembra di essere davvero in quei luoghi e in quell’America narrata da Giacomo Costa con le immagini.
Al parapetto, mentre davanti si stagliano i grattacieli di New York.
Sul ponte, ad osservare tre bimbetti americani che corrono a perdifiato tenendo al collo i pattini.
Sulla nave, quando il fotografo cattura lo sguardo di altri viaggiatori e quello di un altro fotografo.

E non so descrivere lo stupore che suscitano le immagini in 3D, tra le altre cose ad incantarmi è stata una fotografia di famiglia.
Si vede una lunga tavolata, è la prospettiva di un pranzo elegante con porcellane, argenterie, cristalli e garbate eleganze negli abiti e nei gesti.
Ed è come essere lì, insieme a loro, è talmente reale da lasciare senza parole.
E infatti mi è venuto da esclamare questa frase: sono a tavola con loro e non ho il vestito adatto!
Che grande invenzione la fotografia!

E quanta bellezza c’è nel desiderio di condividere questi ricordi di casa e di vita?
Se andrete a vedere la mostra potrete ascoltare i racconti di Eugenio Costa, sarà lui a parlarvi di suo nonno e del suo patrimonio di immagini.
Lo fa con autentico affetto e con stima vera per il nonno e per il suo talento, con il desiderio sincero di narrare la maniera speciale di Giacomo di guardare il mondo.

E sapete una cosa?
Mentre osservavo quelle fotografie di Giacomo Costa mi è venuto in mente un libro che amo tanto, quelle pagine raccontano una certa idea di America, narrano un viaggio molto diverso da quello compiuto da Giacomo ma del resto ognuno di noi ha la propria America, da quale parte.
E i libri, a volte, parlano di tutti, a volte raccontano qualcosa che tu non sai essere tuo, eppure magari invece ci sei proprio tu in quelle righe.
O forse no, è chiaro che ognuno di noi può saperlo solo per se stesso, io non ho mai conosciuto il nonno di Eugenio Costa, ho soltanto visto le sue fotografie.
Eppure, mentre guardavo le sue lastre mi giravano in testa queste parole e allora voglio metterle qui, insieme a una delle immagini che anche voi potrete vedere, viaggiando nei viaggi compiuti da Giacomo Costa.

“Quello che per primo vede l’America. Su ogni nave ce n’è uno.
E non bisogna pensare che siano cose che succedono per caso, no… e nemmeno per una questione di diottrie, è il destino, quello.
Quella è gente che da sempre c’aveva già quell’istante stampato nella vita. E quando erano bambini, tu potevi guardarli negli occhi, e se guardavi bene, già la vedevi, l’America, già lì pronta a scattare, a scivolare giù per nervi e sangue e che ne so io, fino al cervello e da lì alla lingua, fin dentro quel grido (gridando), AMERICA, c’era già, in quegli occhi, di bambino, tutta l’America.”

Alessandro Baricco – Novecento

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Genova dall’alto è sempre una magia incantevole, accade così di lasciarsi affascinare ogni volta che la si osserva da un punto panoramico privilegiato o magari da certi terrazzini sospesi sui caruggi, ancor di più vedrete lo splendore della Superba se andrete sulla terrazza di Palazzo Reale in Via Balbi.
Il sontuoso edificio fu dimora della nobile famiglia Balbi che lo fece costruire intorno alla metà del ‘600, in seguito appartenne ai Durazzo e poi fu reggia dei Savoia, sulla guida del Chiozza risalente al 1874 viene definito Palazzo della Corona.

Ai nostri giorni è un prestigioso Museo Nazionale e vi sono esposti opere d’arte e quadri di celebri pittori come Van Dick e Tintoretto, una passeggiata in quelle sue stanze è davvero un viaggio a ritroso nel fasto della Superba.
E poi, sotto al blu di Genova, ecco la magnificenza della terrazza.

Camminare qui svela prospettive privilegiate dello splendido palazzo.

E il nostro passato si mescola al nostro presente, da qui si vedono grattacieli, traghetti, mare e porto.

E campanili, gru, tetti scintillanti di grigio.

E le perfette armonie di un prezioso edificio genovese.

Oltre ai tetti aguzzi vi capiterà di scorgere la sommità di un struttura in ferro: è il giardino d’inverno che sovrasta Via Balbi e Via Prè e che vi ho mostrato in questo articolo.

E da quel tetto sul quale è collocato il giardino d’inverno ho potuto fotografare Palazzo Reale in questa maniera.

E ho veduto questa prospettiva della terrazza.

In luoghi come questo credi di poter immaginare quello che è stato e che ora non è più, resta a noi il dovere di difendere e valorizzare le bellezze che ci sono state lasciate.

Davanti all’orizzonte celeste e chiaro si stagliano i bianchi marmi.

E attorno a voi Genova.
Genova e le sue passate grandezze di prepotente bellezza.

Genova incastonata tra le colline e il mare, Genova di ardesie, finestre, comignoli, scalette, caruggi dei quali da qui non puoi vedere il fondo.

Genova con il suo vento, le nuvole bianche che scorrono sul palazzo appartenuto alla nobiltà cittadina e ora patrimonio di tutti noi.

Genova che si riflette sui vetri, Genova così come la osservano le fiere figure ritte sulla balaustra.

Nel tempo che è stato e in quello che verrà.

Passeggiando sulla terrazza, con lo sguardo che trova il mare, la Lanterna, la città operosa e in continuo movimento.
Sotto di voi vedrete parte del risseu che decora il giardino del palazzo ma questa è un’altra storia che presto vi racconterò.

Semplicemente Genova.
Con i suoi contrasti e i suoi splendori, nelle affascinanti prospettive di Palazzo Reale.

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Un viandante che si appoggiasse al parapetto di Via Fieschi, di tutto il quartiere popolare sopra accennato non potrebbe scorgere se non una massa confusa di case, di aspetto irregolare, tagliate nei modi più disparati e bizzarri, ad angoli, a punte, appiccicate una all’altra e tempestate di finestrelle e di buchi.
Di giorno l’insieme ha un colore terreo, che neanche la viva luce del sole può dissipare o schiarire.
Un’ombra secolare si è addensata intorno a quelle abitazioni, penetrando all’interno di esse a imprimervi il segno indelebile della miseria.
Al chiaro di luna, poi, il quartiere assume un aspetto fantastico e medioevale.
È la sua bellezza, questa; poiché ogni cosa ha i suoi momenti felici.

Queste righe presentano lo scenario di Genova misteriosa, questo è il titolo del romanzo di Pierangelo Baratono che venne pubblicato in un primo momento a puntate sul Lavoro nel 1903.
Baratono, giornalista e scrittore, intimo amico del poeta Camillo Sbarbaro con il quale frequentava la Genova notturna, racconta un intreccio di vicende sinistre e di vite avventurose, i protagonisti del suo libro si muovono in quella città oscura, corrotta, permeata di vizi e di gratuite crudeltà.
Vite improbabili e soprannomi particolari, in questa Genova Misteriosa abita il vecchio Storno, ci sono il ciccaiolo Pepita e il Pinzi, uno che fa il vagabondo in Galleria Mazzini.
Ci sono i caruggi e la città di un altro secolo, con le sue debolezze e con le sue vittime predestinate.


Figura di spicco di questo romanzo è una fanciulla e se leggerete il libro vi verrà raccontata ogni cosa di lei.
Lei risponde al nome di Augusta Brendel ma in realtà verrà poi detta Signorina Scarpette.
Lei, la giovane Augusta, si troverà a esercitare un certo mestiere in una certa casa in Via Palestro e la sua parabola non sarà certo luminosa e gloriosa, anzi Augusta cadrà nell’abisso più nero, il suo destino pare in qualche modo segnato.
Tuttavia prima di precipitare in un gorgo di situazioni dolorose e irrimediabili eccola esibirsi come cantante in un locale della città:

Si era fatta tagliare un abito bellissimo, in verde cupo, filettato d’oro e terminante al fondo della sottana, in un doppio giro di pizzi finissimi.
Il corpetto era molto scollato e lasciava vedere i contorni netti e saldi del seno.
Aveva le braccia nude e le gambe coperte da calze di seta bianca…
Non aveva una voce molto sonora, ma compensava il difetto con la grazia dei gesti e la giustezza dell’intonazione.

E poi le scarpe con i tacchi alti, la sua diafana bellezza, il fascino della sua giovinezza e tutto questo clamore attorno a lei, il pubblico la acclama e decanta le sue molte doti.
E su questa descrizione mi è venuta in mente una ragazza di nome Nanà: lei calca altri palcoscenici, sa incantare il pubblico parigino e non certo per il suo talento.
Nanà è persino stonata ma è una vera seduttrice e sa usare a modo la sua bellezza,  non è certo un modello di virtù ed è persino molto più scaltra di Augusta Brendel, ha anche armi più affilate, è ambiziosa e si muove nel bel mondo dorato.
Nanà è la protagonista dell’omonimo romanzo scritto da Emile Zola che venne pubblicato nel 1880, non saprei dirvi se Baratono amasse come me i romanzi dello scrittore francese, in alcuni tratti della sua Augusta io ho ritrovato la celebre Nanà e anche il modo dello scrittore di osservare la realtà e lo scenario di quella sua Genova mi sembra in un certo senso simile a quello di Zola.
Genova Misteriosa segue i canoni del romanzo di appendice all’epoca molto in voga, nei tratti e nei caratteri dei vari protagonisti sembra di cogliere le fisionomie che si ritrovano nelle pagine dei quotidiani di cronaca dell’epoca.
C’è poi Genova con le sue vie, i caruggi, le piazze, superba la descrizione del quartiere di Via Madre di Dio: pare di vedere le facce dei popolani, di sentire i rumori e gli odori acri e pungenti, di entrare nei locali e nelle bettole tra una folla di gente che cerca di sopravvivere come può.
Tra inganni, scaltrezze, tradimenti, abbandoni, pianti e separazioni, tentativi di riemergere da acque tumultuose e scure, tutto questo è tra le pagine di un romanzo che a volte, fatalmente, diventa sentimentale e molto spesso è crudo, reale e fin troppo colmo di crudeltà.
Nello scenario di una città che tenta di vivere e sopravvivere, nella Genova misteriosa sapientemente raccontata da Baratono.

 

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C’è solo una maniera per ricordarlo, anche se in realtà nessuno lo ha dimenticato mai.
Ascoltare la sua voce, il suono della sua chitarra e le sue canzoni.
Così è rimasto sempre tra di noi Fabrizio De André, con la potenza eterna delle sue parole e con le sue note.
Eppure lui mi manca, mi manca il suo racconto dei nostri giorni, molto spesso mi chiedo come canterebbe certe realtà che stiamo vivendo e che lui non ha veduto.
Oggi è il 18 Febbraio, oggi è il suo compleanno e allora ho scelto per voi dieci canzoni di Fabrizio.
Non è stato semplice selezionarne soltanto dieci, sono tra quelle che io amo di più e ve le propongo senza la pretesa di volervele spiegare, solo per condividere con voi le emozioni che lasciano certe note e certi accordi.
Quella sua dolcezza in Amore che vieni, amore che vai:

Quei giorni perduti a rincorrere il vento,
a chiederci un bacio e volerne altri cento,
un giorno qualunque li ricorderai,
amore che fuggi da me tornerai.

E anche allo stesso modo in La canzone dell’amore perduto e nella sua Ave Maria.
E poi Genova nelle sue canzoni, nessuno per noi ha saputo metterla in note meglio di lui: Genova è Creuza de mä, Genova è Bocca di Rosa, Genova è Via del Campo.


Da ragazzina poi ricordo di aver cantato spesso Il testamento di Tito, forse è una delle prime canzoni di De André che ho imparato a memoria perché alcuni miei amici la suonavano con le loro chitarre.
Il pescatore, noi di Genova ogni volta che vediamo un tramonto sul mare e qualcuno che regge fiducioso una canna da pesca pensiamo subito alla canzone di Fabrizio, siamo gente fatta così.
E ancora, Fiume Sand Creek:

Sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso
Il lampo in un orecchio nell’altro il paradiso 

E di tutte le canzoni del mondo ne esiste una sola capace di farmi sentire ogni volta un brivido sempre identico ed è una canzone di Fabrizio De André.
È un testo dedicato agli ultimi, alla pietà umana, alla fragilità degli uomini e alla caducità della vita.
Recitativo (due invocazioni e un atto di accusa) tratto da Tutti Morimmo a Stento.
Non si può neppure definire una canzone, è una poesia di parole intense e vi invito ad ascoltarla, la trovate qui.
Sentiamo la sua voce e allora è come se lui fosse ancora qui.
Buon compleanno Fabrizio, grazie di aver parlato anche a noi.

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Le prospettive di Vico del Duca non si smetterebbe mai di scoprirle, accade così a noi che amiamo questi caruggi.
È solo un semplice vicoletto eppure ci sono tante maniere per poterlo ammirare, a seconda del punto di vista.
A volte, con uno sguardo al passato oppure con gli occhi rivolti al cielo che lo sovrasta, così vi ho mostrato Vico del Duca in queste immagini di ieri e di oggi.
E poi, a volte, ci pensa il sole a ravvivare i suoi caldi colori.

Un caruggio che si trova in una posizione quasi privilegiata, sale da Via della Maddalena e termina esattamente di fronte a Palazzo Tursi, dimora nobiliare e ora sede del Comune di Genova.

Il fasto di una ricca dimora e un vicolo di semplici case che svettano alte, uno degli spettacolari contrasti della Superba.
E se volete cogliere una delle prospettive più affascinanti della città vecchia salite i gradini della scalinata di Palazzo Tursi e poi voltatevi indietro.
E aspettate uno di quei giorni di sfumature di luce come questa, lo sguardo si perderà nella discesa dove i colori si fondono in una sola calda tinta biscotto.

Tra curve, linee, distanze e incanti, non so dirvi quante volte mi sono ritrovata ad ammirare questa prospettiva.

E poi, in certi giorni, c’è proprio il sole che si schianta in mezzo al vicolo e lo illumina glorioso prima di virare per rischiarare altri luoghi.

Ma io ritorno sempre in cima a quella scala, solo per guardare lontano, solo per scoprire ancora la bellezza di Vico del Duca.

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