Attraversando Vico delle Fiascaie

Vi porto ancora con me, in un semplice vicoletto dove troverete inattese testimonianze di tempi antichi e lontani dai nostri.

Scendiamo verso Vico delle Fiascaie imboccando Salita del Fondaco e seguendo la luce e l’azzurro.

Salita del Fondaco (1)

Dopo pochi passi ecco il nostro vicoletto che conduce alla più nota Salita di Matteo.

Salita del Fondaco (2)

La quotidianità del passato della Superba è sempre narrata sui muri della città e così è anche nel caso del Vico delle Fiascaie.
Come sempre cito il mio amato Amedeo Pescio che ci ricorda che le fiascaie nell’antico dialetto genovese erano proprio le osterie e non a caso questo vicolo è proprio una traversa di Salita del Fondaco, i fondaci erano un tempo depositi e spacci di vino.

Vico delle Fiascaie (1)

E come sempre accade mi è venuta la curiosità di sapere quali botteghe c’erano qui negli anni passati e così consultando la mia Guida Pagano del 1926 ho scoperto che in quel periodo qui non c’era alcun osteria ma in compenso c’erano un negozio di giocattoli, un parrucchiere e una libreria.
Ah, la libreria del signor Milanta, se ci fosse ancora andrei là a sbirciare tra volumi e volumetti, come sapete è uno dei miei passatempi preferiti.
E là, in Vico delle Fiascaie si conserva un’antica preziosità che merita attenzione ed è questo splendido portale.

Vico delle Fiascaie (2)

La pietra vetusta ha subito le ingiurie del tempo, molti secoli fa una mano sapiente scolpì parole a stento ora leggibili, stemmi non più visibili e un simbolo al centro che si staglia con evidenza.
Le tre lettere, IHS, rappresentano il trigramma di Cristo.

Vico delle Fiascaie (3)

Ed è così, sempre: nei vicoletti che possono sembrare insignificanti si celano autentiche meraviglie mai abbastanza valorizzate.
E la luce cade, illumina la vicina discesa che porta alla chiesa di San Matteo, c’è sempre un modo di guardare nuovo e differente.

Vico delle Fiascaie (4)

Un cordone di proporzioni perfette racchiude il lavoro di un valente artigiano ormai sconosciuto, la sua opera ancora resiste nelle città dove anche costui visse, camminò e respirò.
E così l’ho immaginato, nel tempo di questo suo minuzioso lavoro.
Ebbe sufficiente ricompensa? Fu elogiato come meritava? Lo ringrazio, adesso, da un altro tempo, lo ringrazio per averci lasciato la sua parte di bellezza.

Vico delle Fiascaie (5)

In un caruggio che forse distrattamente trascuriamo.

Vico delle Fiascaie (6)

In Vico delle Fiascaie, sotto il cielo turchese di Genova la Superba.

Vico delle Fiascaie(7)

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Da un diario genovese del passato: la tavola delle feste

Le feste si avvicinano e per tutti noi presto sarà tempo di trascorrere giornate con i nostri parenti.
E non dimentichiamo gli amici: qui, su queste pagine, tornano le memorie di un caro amico, sono le parole tratte dal diario di Francesco Dufour.
E allora facciamo piano, con la dovuta discrezione entriamo in casa di questa famiglia genovese e scopriamo insieme la tavola delle feste.

Natale 2014 (17)

In occasione delle grandi feste, Natale, Pasqua e per i compleanni e onomastici dei “grandi” si faceva un gran pranzo.
Nei primi anni eravamo una ventina di persone comprendenti la nostra famiglia e quella dello zio.
Il tavolo della salle a manger veniva allungato al massimo con le prolunghe, la nonna aveva delle tovaglie lunghe anche 7 metri.

Servizio

Servizio di porcellane francesi di Laurent II Dufour, antenato di Francesco
Esposto a Palazzo Spinola di Pellicceria

Sulla tavola si deponeva la tovaglia e lo chic era che le pieghe restassero ben rilevate, la zia Amalia con il ferro caldo spianava il lino tra una piega e l’altra.

Ferri da stiro

Vecchi ferri da stiro di casa mia 

Sulla tavola venivano messi i candelabri d’argento, poi le bocce dell’acqua e del vino molto vicine, tra un commensale e l’altro, poi molte alzate di dolci e frutta.

Servizio (2)

Servizio di porcellane francesi di Laurent II Dufour, antenato di Francesco
Esposto a Palazzo Spinola di Pellicceria

Fra un oggetto e l’altro un filo di mediola.
La mediola era una pianta che i giardinieri facevano crescere verticalmente avvolta ad uno spago, si presentava come un filo di edera con le foglie piccolissime.

Via Garibaldi 12

Via Garibaldi 12

C’era un favoloso servizio di baccarat a canne d’organo e venivano sempre messi i 5 bicchieri.
L’etichetta voleva: una minestra che spesso era consommé con pasta reale, poi un piatto di pesce e uno di arrosto intervallato da piatti di mezzo.
Poi dessert e frutta di ogni genere.

Romanengo (3)

Romanengo 

La nonna mandava l’Oreste a comprare il vino che era sempre di gran marca, spesso Bordeaux o Borgogna.
La nonna in queste occasioni quasi non mangiava perché stava attenta a regolare il servizio, aveva in grembo un campanello elettrico con il quale dava il segnale del cambio delle portate.
Riporto qui il menu del pranzo offerto in occasione della mia Prima Comunione.
I commensali erano 34, di questi 21 erano al tavolo d’onore e gli altri erano ad un tavolo in salotto.

Natale 2014 (14)

Così finisce il racconto dedicato alle tavole delle feste di Casa Dufour e per terminare questo articolo pubblico proprio quel menu citato nelle ultime righe.
È battuto a macchina, come tutto il resto del diario, scritto con cura e pazienza da una persona che riteneva preziosi i ricordi di famiglia e così ha fatto in modo che questi giungessero a coloro che sono venuti dopo di lui.
In alto i calici, nel tempo delle feste.
Ovunque lei sia, Buon Natale di cuore, caro zio Francesco.

Menu

Genova, 3 Ottobre 1273: il prezzo della virtù

Forse la virtù era la sua inclinazione o forse ciò che gli toccò in sorte fu per lui un sacrificio: non so davvero dirvelo, conosco appena un frammento dell’esistenza di questo genovese vissuto molti secoli fa.
Eppure, in qualche modo, l’ho immaginato.
Lo vedo aggirarsi per Genova, lui è un giovane uomo e si chiama Settimo.
Cammina per i caruggi, poco distante c’è il  mare solcato da avventurosi mercanti, percorre certi vicoli bui forse appena rischiarati dal fuoco di una torcia che arde.

Vicoli

Forse.
Cammina e passa davanti alle taverne delle città vecchia: questa è l’ultima sera.
Là dentro frastuoni e urla, in certi luoghi c’è un gran baccano, si beve per celebrare la vita e per scordare certe amarezze.
Si levano le coppe, immagino quelle persone con volti solcati dal tempo e mani inaridite dalla fatica, bocche sdentate e sguardi inebriati.
Dimenticano, dimenticano così ogni dolore.
E poi è ben noto, in certe bettole si incontra gente poco raccomandabile, Settimo lo sa, sa anche che per lungo tempo non correrà alcun rischio di imbattersi in certi manigoldi.
Scende la notte e poi risorge il sole: è mattina, la mattina del 3 ottobre 1273.
E Settimo si reca nel luogo convenuto, davanti al notaio Giacomo Mazucco: sarà lui a stabilire le condizioni per la concessione di un prestito.
Si tratta di 3 lire, cambieranno le sorti del giovane?
Settimo dovrà dare delle garanzie, in qualche modo: tra il resto rassicura il notaio, lui non ha le mani bucate e anzi ha una certa abilità nel gestire i soldi.
Tre lire, questo è il prezzo della virtù, se così si può dire: in cambio di questa somma Settimo si impegna a mantenere una promessa.
Per 10 anni starà lontano dalle taverne, gli è persino proibito fermarsi fuori dalla porta, non potrà bere vino acquistato e neppure offerto da altri.
Niente vino e niente vizi, il denaro non si sperpera e Settimo deve anche garantire che si asterrà dal gioco: una partita a dadi non gli è consentita, non può nemmeno giocare per mezzo di altri.
Tre lire, dieci anni.
E se per caso la tentazione fosse troppo forte cosa accadrebbe a Settimo?
Eh, sarebbero guai! Dovrebbe restituire il prestito sotto pena del doppio.

Dadi

Ora forse vi starete chiedendo in quale modo la mia strada abbia incrociato quella di Settimo.
Le vite degli uomini non sempre restano racchiuse nello spazio di tempo a loro concesso, a volte superano i propri confini e giungono fino a noi e si svelano così certi giorni lontani.
La mia visita all’Archivio di Stato per la mostra Tutti i Genovesi del Mondo mi ha portato regali preziosi, la Dottoressa Olgiati mi ha fatto dono di alcuni volumi, sono i cataloghi di 4 mostre, in questi libri sono raccolti documenti antichi che restituiscono frammenti di storie e di vite.
La vicenda di Settimo è narrata in Mercanti, gli uomini d’affari a Genova nel Medioevo, il documento che riguarda questo giovane è l’atto notarile stilato dal notaio Mazucco, la sua collocazione archivistica è la seguente: AS Ge Notai Ignoti 9, frammento 99.
E a quanto pare era piuttosto comune all’epoca esigere l’astensione dal gioco, nel testo sono riportate altre situazioni simili a quella che vi ho narrato.
E poi io ci ho messo la fantasia, l’immaginazione si accende davanti a certi scritti, ti fa vedere volti e persone che non hai mai incontrato.
E forse la virtù era nell’indole di Settimo.
O magari no e davvero lui quella sera si fermò davanti a una taverna e poté udire un frastuono di voci mentre il vino scorreva a fiumi.
Era una sera di ottobre del 1273 e quello era il prezzo della virtù: tre lire, dieci anni.

Libri

Volumi fotografati presso l’Archivio di Stato di Genova

#Vinidamare2015, la Liguria in un calice

Maggio per me è iniziato così, con il gradito invito a partecipare ad una bella iniziativa che si è svolta il 3 e il 4 del mese: #Vinidamare2015, un evento dedicato ai vini liguri con degustazioni e incontri a tema, nella cornice di Camogli, con la collaborazione di FISAR, Enoteca Regionale della Liguria, Ascot Camogli e del prestigioso ed esclusivo Hotel Cenobio dei Dogi.
Eccolo il celebre borgo marinaro di Liguria rischiarato dal sole del pomeriggio di una domenica dal clima mutevole.

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Al mattino le nuvole adombravano il cielo e sovrastavano le colline alle spalle del Cenobio dei Dogi.

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Eppure a Camogli il colore vince sempre e sa come rallegrare gli animi e gli sguardi.

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Occasioni come queste poi offrono la possibilità di rivedere persone che già conosci, ho ritrovato qui Paolo Ratto , il giornalista Leonardo D’Imporzano e Daniela Vettori che con il suo blog Le Cinque Erbe racconta con competenza le eccellenze della cucina ligure.
E tra gli altri ho conosciuto Camilla Guiggi, giornalista, sommelier ed esperta di analisi sensoriale.
Pronti per la degustazione? Ad ogni partecipante viene consegnato un calice.

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Sulla passeggiata di Camogli si degustano i vini di Liguria, sono vini che narrano di antiche tradizioni e delle fatiche dell’uomo nel confronto con una terra difficile, questi sono alcuni pregiati vermentini dei colli di Luni.

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E sempre rimanendo a Levante non mancano i vini delle Cinque Terre come lo sciacchetrà.

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Ed io che non sono certo un’esperta di enologia resto affascinata dalle storie di questi vini e dalla connotazione che essi hanno grazie al loro luogo di origine dal quale traggono la loro identità.
E ho così scoperto il Ciliegiolo, già il suo nome è una melodia.
E poi ho letto l’etichetta, narra di un’antica Abbazia e di certi monaci che già coltivavano la vite nel lontano Medioevo, narra di vigneti sulle colline di Portofino e del profumo di frutti di bosco e del sentore di ciliegia.
E così il vino nel calice diviene poesia scaturita da una storia antica.

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Da Levante a Ponente, ecco il Rossese di Dolceacqua e ancora il Vermentino tenuto in fresco nel ghiaccio.

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E poi guardala così Camogli, nella trasparenza di un calice.

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Come vi ho detto c’erano dei veri intenditori.
E ho avuto il piacere di conoscere Jacopo Mariutti, lui è sommelier, food blogger ed eccellente cuoco, il suo blog, Le farfalle nello stomaco, è una miniera di articoli semplicemente deliziosi.
Eccolo qua Jacopo, durante la degustazione sul lungomare.

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E poi guardala ancora così Camogli, con i suoi colori vividi e vivaci.

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Abbiamo pranzato qui, sulla passeggiata, nel piatto i profumi e i sapori del mare, i tagliolini al nero di seppia e sugo di triglia erano una vera delizia!

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E poi un battello ci ha portato all’Abbazia di San Fruttuoso.

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Patrimonio del Fai, è un vero gioiello di Liguria, mi riprometto di narrarvi i dettagli di questa visita in un altro articolo.
E se anche voi ci andrete è così che vedrete il nostro mare e la sua costa.

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Qui, in questa cornice splendida ed evocativa si è svolta una seconda degustazione.

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E c’erano i produttori a presentare i loro vini.

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Questo è Solarancio, un vermentino di La Pietra del Focolare di Ortonovo, in provincia di La Spezia, una bottiglia pregiata quanto bella, qui trovate le schede techiche per ogni approfondimento in merito.

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Il vino, il calice, il celeste di San Fruttoso di Camogli.

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E ancora storie che hanno il sapore della sfida e racconti di caparbietà, da Volastra, nelle Cinque Terre.
Questo il Vin de Gussa, ovvero vino di buccia della Cantina Vinicola di Luciano Cappellini, si ottiene dalle bucce dell’uva usata per lo sciacchetrà, è un vino unico e molto speciale.

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E come potete vedere ha un colore bellissimo.

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Abbiamo lasciato San Fruttuoso e naturalmente non ci siamo fatti mancare la foto di gruppo.

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Durante il viaggio di ritorno il cielo si è rasserenato e quando siamo stati davanti a Camogli ho colto l’occasione per uno dei miei scatti obliqui.

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La giornata non è certo finita qui, ancora ci attendeva una serata particolare al Cenobio dei Dogi, il prestigioso Hotel che ci ha ospitato.
Io ho anche avuto il privilegio di trascorrere la notte in una stanza da sogno, una camera con una vista mozzafiato.
Secondo voi ho fatto qualche foto? E certo, presto ve le mostrerò!
Eccolo il Cenobio dei Dogi, davanti al mare di Camogli.

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Il salone dell’hotel, una grande vetrata, il cielo chiaro, il profilo della costa.
E in primo piano l’amica con la quale ho condiviso questa bella esperienza, lei è Leah, è canadese ed abita a Genova, qui trovate il suo racconto di #vinidamare2015.

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E intanto piano piano la luce del sole sfumava rivestendo di riflessi dorati la superficie del mare.

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Qui, in questo scenario, si è svolto uno show cooking che ha mostrato tutta la perizia dello chef del Cenobio.
Protagoniste incontrastate le eccellenze della cucina ligure e i profumi e i sapori che si usano per alcuni dei piatti tipici di questa terra: dal basilico DOP alla borragine, dall’ortica alla grattalingua, dalla bietola alla maggiorana.
E c’erano i pinoli e tutto ciò che occorre per un profumatissimo pesto.

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E cosa fa lo chef?
Inizia a lavorare la pasta con sapienza e perizia, la fa divenire un velo impalpabile, alcuni dei partecipanti si cimentano con successo in questa impresa.

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E poi racconta che un tempo per la focaccia si usava un diverso formaggio.

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Oggi si adopera la crescenza, viene posta a fiocchetti sulla pasta.

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La focaccia al formaggio è nella teglia ed è pronta per essere infornata.

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Ci vorrà poco e ci verrà servita calda e fumante.

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Accompagnata da un vino bianco dal nome fiabesco, Durlindana.

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E poi lo chef prepara i pansoti, spiega alla perfezione come ottenerli, saranno conditi con il sugo di noci e  verranno serviti con un altro bianco, Albarola dei Colli di Luni, naturalmente questi sono spunti preziosi da tenere a mente per il futuro.

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E poi? Vuoi non mangiare le trofie al pesto? Una vera bontà! E accanto un buon bicchiere di Pigato.

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E anche il dolce ha riservato splendide sorprese, anicini, gobeletti e canestrelli accompagnati dai passiti, tra i quali il leggendario Sciacchetrà delle Cinque Terre.

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Un’esperienza splendida in un luogo che è continua fonte di meraviglia, Camogli e le sue bellezze restano nel cuore.
Ringrazio Chiara Bonomini, manager del Cenobio dei Dogi e con lei tutto il personale che ci ha accolto con gentilezza e cortesia, Emiliano Ragonesi, Maurizio Paita e Digiside, Ascot Camogli e tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione di questo evento.
Maggio  è iniziato così, a Camogli con #Vinidamare2015, alla scoperta della Liguria in un calice.

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Altivini, Enoteca Eroica: vini estremi per persone moderate

Un giorno per caso mi trovo in Via Interiano, la strada che collega Piazza Fontane Marose a Portello, in pieno centro.
E nel luogo dove un tempo si trovava un altro genere di negozio noto una vetrina che attira la mia attenzione, cosa sarà?
Io sono sempre curiosa e così vado a vedere.

Altivini (2)

Scendo le scale, c’è un cliente impegnato negli acquisti e sta amabilmente conversando con il proprietario, quest’ultimo mi sembra proprio di conoscerlo, ne sono più che certa e infatti è proprio così, queste sono cose che succedono molto spesso a Genova, per lo meno a me.
Ritrovo così Raffaele Bozano Gandolfi, io e lui ci conosciamo dai tempi del liceo, gironzolare per il suo negozio è davvero una piacevole sorpresa.

Altivini (4)
Cari lettori, benvenuti da Altivini, Enoteca Eroica.

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Agli intenditori di vini certo forse sarà già tutto chiaro, io non sono così esperta, pertanto ho chiesto spiegazioni e mi si è svelato un mondo a me del tutto sconosciuto.
Perché un’enoteca viene definita eroica?
La risposta è quanto mai affascinante e si basa su certi criteri stabiliti dal CERVIM, Centro di Ricerca, Studi, Salvaguardia Coordinamento e Valorizzazione per la Viticoltura Montana.
I vini eroici sono prodotti da vigneti situati in zone con una pendenza superiore al 30% e da uve prodotte da vigneti che si trovano a un’altitudine superiore ai 500 metri sul livello del mare.
E ancora, sono vini nati da uve coltivate su terreni a terrazze come le nostre fasce di Liguria oppure in piccole isole.
Una sfida e una grande fatica per i viticoltori e i produttori di vino.

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Tra gli altri qui trovate vini provenienti dai colli piacentini e da certe zone della Liguria, dal Piemonte e dalla Val D’Aosta. E poi diciamolo, aprire una nuova attività è in qualche modo un atto di puro eroismo, non pare anche a voi?

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Raffaele ha una grande passione per la montagna e al muro, sopra ai vasetti di confetture, trovate appese le ciaspole.

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Un soffitto a volta, libri a tema, opere d’arte moderna in esposizione, un’atmosfera calda e accogliente.

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E l’amante delle vette e delle Alpi tiene per i suoi clienti una vasta scelta di pregiati e rinomati vini valdostani, molti di essi nascono dal Prié Blanc, il vigneto di uva bianca che viene coltivato a 1200 m di altitudine, questi sono i vigneti più alti d’Europa.

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Ed ecco le bottiglie di Fumin, un vino particolarmente pregiato.

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E tappi di sughero, in un’enoteca non possono certamente mancare!

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E sempre dalla Val D’Aosta, un vino bianco che vorrei gustare, non a caso sull’etichetta c’è uno spicchio di luna, il Chaudelune si ottiene con una vendemmia notturna.

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Da Altivini troverete una bacheca dedicata agli eroi del negozio, questi indomiti viticoltori, poi ce n’è una dove voi stessi potrete affiggere l’immagine dei vostri eroi, pensatori, scrittori o musicisti che siano.

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Lo spirito che anima colui che ha intrapreso questa bella avventura è improntato sul desiderio di esaltare una delle principali caratteristiche del buon bere, il senso di convivialità.
E guardate la scritta che campeggia sulla vetrina.

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Non manca una ricca selezione di vini liguri, provengono in prevalenza dall’Imperiese.

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Tra le tante bottiglie una spicca ai miei occhi per la sua storia antica, è il moscatello di Taggia, il vino che già nel XV secolo veniva servito nelle corti d’Europa e sulle tavole dei papi.

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Altivini è un negozio originale e particolare, la prima e sola enoteca d’Italia dedicata a questi vini eroici.
E quando passate in Via Interiano date uno sguardo, c’è una damigiana a indicarvi la strada!

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Ancora pochi passi e vi si aprirà un mondo, questi sono vini estremi per persone moderate.

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Le Cinque Terre, biciclette e sciachetrà a Monterosso

Una curva gentile e d’improvviso appare Monterosso, la prima località delle Cinque Terre che incontrerete venendo da Genova.
Lo sguardo di ognuno, nel medesimo luogo, si posa su dettagli diversi.
Io vi racconterò cosa hanno veduto i miei occhi, una domenica d’ottobre, a Monterosso.

Monterosso (2)

L’insenatura sinuosa, le case, la striscia di sabbia e le rocce.

Monterosso (3)
E’ affollata Monterosso, ci sono turisti di ogni nazionalità, due gioviali signore inglesi paiono proprio di casa, credo abbiano scelto di vivere qui.
E come non comprenderle?
E’ calda e caratteristica Monterosso, ha l’anima dei borghi liguri appoggiati sulla costa come pietre preziose incastonate nella roccia.

Monterosso (4)

Una corda da stendere e una finestra chiusa, l’estate è finita.

Monterosso (5)

Caruggi, panni stesi e tricolori.
Qui si è liguri e cittadini del mondo perché qui arriva il mondo intero a scoprire le bellezze delle Cinque Terre.

Monterosso (6)

Porte chiuse, piante grasse e archetti.

Monterosso (7)

E ombrelloni, tralci di vite, botti e fiaschi.
Qui, nella terra dell’uva, dei pampini e dei vini ricercati.

Monterosso (8)
L’estate è finita eppure a Monterosso c’è una gioiosa confusione, i ristoranti sono aperti, sulle lavagnette sono esposti i menu, si gustano le delizie della cucina ligure vicino al mare.
Una luce chiara illumina il cielo delle Cinque Terre, si sentono risate e chiacchiere.
E’ una domenica perfetta.

Monterosso (9)

La vita qui sa essere lieve e dolce come una pedalata giù da una discesa con il vento in faccia.

Monterosso (10)

E in certi angoli sa essere anche silenziosa e semplice come una comune rete da pesca.

Monterosso (10A)
Vasi, piante e gradini.
Le scale infinite di Liguria rischiarate dal sole.

Monterosso (11)
E piazzette e case tipiche di un borgo di pescatori che oggi è una meta turistica di grande rilievo.

Monterosso (13)

Gironzolo per i caruggi.
E trovo creuze di mattoni e case dalla facciate dipinte di rosso.

Monterosso (15)
E ancora scale e cassette ricolme di piccole piante.

Monterosso (16)
Tintinnano le piccole conchiglie donate dalle onde del mare.

Monterosso (17)
La bellezza è tutta lì, nelle piccole cose semplici che non hanno prezzo.

Monterosso (18)
Portici, ombra e colore.

Monterosso (19)

E ancora biciclette, quante ne ho viste per le stradine di Monterosso!

Monterosso (20)

Geometrie di Liguria, linee verticali che sono una sinfonia di tinte calde.

Monterosso (21)

E poi cammino, mi infilo su per le stradine dove le case hanno tutte le tonalità del giallo.
E crederesti che sia stato un artista a creare questa magia di toni.

Monterosso (22)

Un profumo delizioso si spande per il caruggio, vedo una porta aperta al piano terra.
E no, io davvero non posso essere diversa come sono.
Mi conoscete ormai, io sono quella che entra in tutti i palazzi!
E così varco quella soglia e trovo un gentile signore intento a produrre il più delizioso dei vini, lo schiachetrà, il passito delle Cinque Terre.

Monterosso (23)
Mi racconta che fa il vino soltanto per sé, seguendo certi antichi metodi.
Una chitarra, una bicicletta e i grappoli d’uva.

Monterosso (24)
E damigiane, imbuti e tappi.

Monterosso (25)

Segreti di antiche tradizioni ed effluvi dolci e delicati.

Monterosso (26)
Per le strade di Monterosso, c’è sempre un filo da stendere verso il quale alzare gli occhi.

Monterosso (27)
E c’è una tenda trasparente e leggera.

Monterosso (28)
Ma Monterosso è anche la fotografia che non vorresti mai scattare.
Eppure si deve, in questa parte di Liguria che tanto è stata ferita dagli eventi alluvionali che hanno portato fiumi di fango in queste strade.
Si deve ricordare perché queste terre devono essere difese, protette e tutelate.
Osservate questa immagine, osservate le due targhe poste sul muro.

Monterosso (29)

Segnano il livello dell’acqua durante le passate alluvioni.

Monterosso (30)
E adesso guardate questa bella chiesa.

Monterosso (31)
E’ tornata al suo antico splendore grazie alla caparbietà degli abitanti di Monterosso, perché i liguri sono gente tosta che sa rimboccarsi le maniche e rialzarsi.
E’ rinata Vernazza ed è rinata Monterosso, la memoria di ciò che è accaduto deve insegnarci a fare in modo che non accada mai più.

Monterosso (32)
Rifulge della sua colorata unicità la bella Monterosso.

Monterosso (33)
Tra scorci, curve e terrazzini.

Monterosso (34)

Palazzi che disegnano i contorni dell’infinito.

Monterosso (35)
In riva al mare, non saprei pensare a nulla di più adatto come sovraporta!

Monterosso (36)

E osservo tra le case, verso quel turchese abbagliante.

Monterosso (37)

E credo davvero che potrei rimanere qui, a osservare le nuvole che scorrono sui caruggi.

Monterosso (38)

E’ allegra e solare questa domenica mattina, la gente passeggia tra i vicoli e si sofferma a scegliere le ceramiche.

Monterosso (39)

Botteghe e negozietti di prodotti tipici, ad ogni angolo ne trovate uno.

Monterosso (40)
Caruggi, lampioni e salite.

Monterosso (40a)

E poi? Ancora una porta aperta!
Ah, i pesci pronti da essere buttati in padella!

Monterosso (41)
E oggetti di terracotta e borse di paglia, l’estate sarà pure lontana ma non si direbbe.

Monterosso  (42)

Mi perdo, tra luce e ombra.

Monterosso  (43)

Archetti, muri di pietra, rampicanti e biciclette.

Monterosso  (44)
Persiane aperte e il sole che filtra, caruggi e piante grasse.

Monterosso  (45)

E ringhiere, scale, ancora biciclette, vedete quante ce ne sono?

Monterosso  (46)

Il mare brilla e luccica, la spiaggia è deserta e il mare è calmo e piatto.

Monterosso  (47)

Le barche sono tirate a riva.

Monterosso  (48)

E forse presto prenderanno il largo.

Monterosso  (49)
Questo è il mio sasso.
In ogni spiaggia c’è un sasso per me.
Trascinato sulla sabbia dalla marea e caldo di sole, questo è il mio sasso.

Monterosso  (50)
Salgo, guardo il mare tra gli alberi.

Monterosso  (51)

Seguo il profilo della costa che si perde all’orizzonte.

Monterosso  (52)
E l’azzurro prepotente si staglia tra i rami.

Monterosso  (53)
Si intravedono le belle case di Monterosso.

Monterosso (54)

E poi la vista si apre sulla costa, la spiaggia e il paese così dolcemente posato tra il verde.

Monterosso  (55)
E lassù, davanti al mare aperto, si erge una statua di San Francesco.
Ed è silenzio.
Ed è pace.

Monterosso (56)

Il giorno riluce, nella quieta tranquillità del golfo.

Monterosso (58)
Un gabbiano si libra sulle acque turchesi del mare di Monterosso.
Il suo volo è una danza, un inno alla vita e alla bellezza delle Cinque Terre.

Monterosso (57)

La Dispensa della Maria, i sapori della Liguria

Nelle nostre città talvolta aprono nuovi negozi.
Non so dalle vostre parti, ma qui a Genova non sempre le novità sono sinonimo di qualità, anzi in molti casi preferirei vedere la serranda chiusa, se devo proprio essere sincera.
A volte, invece, si hanno delle belle sorprese.
Sì, molte delle botteghe che avete visto su questo blog hanno una lunga tradizione, i genovesi si servono in quei negozi da molte generazioni!
E tra queste merita un posto una nuova realtà che si trova nel cuore della città vecchia, a Caricamento.

E’ proprio una piccola bottega, sapete?
Sì, questo negozio un tempo odorava di acqua di mare e di salmastro, di alghe e di ghiaia.
Era una rimessa per barche, pensate.
Oggi è una splendida bottega che si affaccia sull’area antistante il Porto Antico, a poca distanza da quell’Acquario meta di molti turisti.

E cosa troviamo in vetrina? I canestrelli e i dolcetti di Cavo, che sono già un’ottima garanzia!

E allora entriamo e guardiamo che altro si può trovare alla Dispensa della Maria.
E’ piccina piccina questa bottega, qualche gradino e sarete nel paradiso dei gusti di Liguria.
E c’è la cura del dettaglio, che io apprezzo, è ciò che rende un negozio invitante ed accogliente.

Qui trovate i sapori buoni della terra, l’olio extravergine di prima qualità.

E i vini per accompagnare i vostri piatti.

E tutto parla di Liguria, ecco le olive di Taggia in salamoia.

E il patè di olive verdi e nere, semplici bontà tipiche della nostra terra.

Oh, ma da queste parti sono nostalgici, sapete?
E così alle pareti potrete ammirare la Zena del tempo che fu.

E chissà che musica si ascolta alla Dispensa della Maria!

Certo è che il proprietario è affascinato dagli oggetti antichi, sono piaciuti tanto anche a me.
E mi è piaciuto il bancone, con il marmo bianco, sotto la volta che un tempo ospitava le barche.

La cesta con il sale aromatizzato.

E la radio sulla quale trionfano i vasetti di cose buone da degustare a casa propria.

E’ una piccola bottega, sì.
L’ho scoperta di recente e ha qualcosa in comune con tutte quelle che avete veduto su questo blog, è una bottega che incontra il mio gusto, perché è particolare e curata.
Se tutti coloro che aprono nuovi negozi avessero questa attenzione e questa capacità di creare un ambiente in armonia con il contesto, le nostre città sarebbero posti migliori, di questo sono più che certa.
A Genova, a Caricamento, c’è la Dispensa della Maria, una dispensa di cose buone tipiche della terra di Liguria.

 

La stagione dell’uva

Ottobre, nel cuore dell’autunno.
Ottobre  è il mese del vino e della vendemmia.
E tutto ciò riporta al passato, alla memoria di un gesto che si perpetua da secoli.
Uva, tralci di vite, boccali ricolmi di vermiglio nettare.
Un gesto secolare, una mano che si alza verso il cielo per celebrare una nascita, un matrimonio, una vittoria.
Gli antichi romani erano famosi per le loro libagioni, ai tempi del Medioevo i nobili sorbivano il vino da coppe di pesante oro intarsiate di pietre preziose.
Ancora oggi usiamo sederci attorno a tavole imbandite di ogni ricchezza e ognuno alza il proprio calice, in un gesto beneaugurante.
Prosit!
In estate l’uva matura al sole.
Questi sono filari di terra d’Emilia in alcune immagini dell’agosto appena trascorso.

E’ una terra ricca e rigogliosa e si incontrano lungo la strada terreni coltivati.

E sono tralci e pampini.
E sono grappoli che soavi pendono dai rami.
Rami che non si spezzano, nel mistero bello della terra.

E grappoli dai chicchi tondi e sodi, tutto ciò che è in natura è perfetto, l’ha disegnato il più sapiente degli artisti e nulla è lasciato al caso.
Il contorno delle foglie, il colore chiaro e acerbo degli acini che ancora devono maturare, la superficie opaca, scura e piena dei frutti che sono già pronti per essere colti.

Colui che ha saputo immaginare il grappolo d’uva ha voluto che fosse armonico e simmetrico, gli acini stretti l’uno all’altro a formare una fresca cascata, da cogliere, da gustare, da mordere per dissetarsi.

L’uva succosa, dalla quale nasce il vino, il nettare sublime che riscalda i cuori e riempie i calici.
Con misura, perché resti un piacere lieto ed appagante.
Nunc est bibendum, dicevano gli antichi.
E allora alziamo i calici e brindiamo all’autunno, alle terre ricche e rigogliose, alle vigne cariche di grappoli, al sole dell’estate che regala l’uva di ottobre.