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Posts Tagged ‘William Shakespeare’

Eternity was in our lips and eyes,
Bliss in our brow’s bent.

L’eternità era sulle nostre labbra e sui nostri occhi,
La felicità nell’arco delle nostre ciglia.

William Shakespeare – Antony and Cleopatra

Cimitero Monumentale di Staglieno

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Tutto ebbe inizio diverso tempo fa ad un mercatino dell’antiquariato, amo molto gironzolare tra i banchetti in cerca di cose belle e particolari.
Tutto ebbe inizio con un piattino, poi ne venne un altro e poi un altro ancora.

Porcellana (2)

E così è nata la mia piccola collezione di porcellane inglesi bianche e rosse, se ne stanno tutte insieme sul ripiano di un comò.

Porcellana (3)

Molti di questi pezzi appartengono a servizi diversi e pertanto presentano decori differenti tra loro.

Porcellana (4)

Alcuni invece sono parte della stessa serie, questa panciuta teiera è una romantica porcellana Mason’s.

Porcellana (9)

Si accompagna a questa capiente lattiera.

Porcellana (15)

E insieme c’erano questi due contenitori, uno è certamente per lo zucchero e l’altro forse serviva per il tè?

Porcellana

Certe porcellane hanno disegni orientali e vi sono templi, alberi esotici, panorami che hanno tutto l’incanto di luoghi lontani.

Porcellana (5)

Porcellana (6)

E poi, come è ben noto, sulle porcellane inglesi sono ritratti panorami di celebri località dal fascino imperituro, ecco la casa natale di William Shakespeare a Stratford-Upon-Avon.

Porcellana (7)

E un mulino con le dolcezze della campagna inglese.

Porcellana (8)

E poi castelli e dimore reali, luoghi amati che fanno parte della storia della Gran Bretagna.
Cosa manca alla mia collezione? Le tazze, curiosamente non le ho mai comperate, dovrei proprio provvedere!
In compenso ho un ambaradan di piattini di varie misure, pur appartenendo a servizi diversi stanno benissimo tutti insieme.

Porcellana (12)

Nella foto che segue spicca il panorama di una città con le tipiche case a graticcio, sulla vetrina di uno dei negozio si nota questa insegna: The Old Curiosity Shop.
E’ il titolo di un romanzo di Charles Dickens, questo servizio si ispira agli scritti dell’autore inglese.

Porcellana (11)

Appesi al muro ci sono due piatti da portata, questi provengono dalla Scandinavia.

Porcellana (13)

Per ragioni di spazio a un certo punto ho smesso di fare acquisti ma a dire il vero andar per mercatini in cerca di nuovi pezzi era davvero un bel passatempo.
E comunque ci vorrebbe almeno una tazza, non pare anche a voi?
Un piattino dopo l’altro così è nata la piccola collezione di porcellane di Miss Fletcher.

Porcellana (14)

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L’amore e i suoi dolci misteri, in questo giorno si celebra San Valentino e allora oggi è tempo di romanticismo.
E devo sempre dire grazie ad un amico, il solito impareggiabile Eugenio, giorni fa di sua iniziativa mi ha inviato una mail con queste belle immagini.
Forse potrebbero servirti per il 14 Febbraio? Così mi ha scritto, ve l’ho detto, sono una persona fortunata e le cartoline di Eugenio sono tutte bellissime, come sempre.
Il tempo dell’amore, uguale in ogni tempo.

1

They do not love that do not show their love.
Non amano coloro che non mostrano il loro amore.

E questa è l’immortale saggezza di William Shakespeare.
Ci sono tante maniere di mostrare i propri sentimenti, gli amanti le conoscono tutte.

2

E a volte scrivono poche righe dense di significato.
Lì, sulla cartolina.

3

L’amore in queste immagini del passato è dolcemente galante.
Lui le prende la mano e accenna a sfiorargliela con le sue labbra.

4

E poi le parole, a volte trovi quelle perfette per te.
Una cartolina per San Valentino, pensate alla fanciulla che ricevette proprio questa!

5

Un tenero bacio e un abbraccio complice, non occorrono altre ricchezze.

6

Una giovane donna dallo sguardo fiducioso e un gentiluomo dal fare protettivo.

7

E poi ancora fiori e parole, in una preziosa cartolina dipinta a mano.

8

E le note di un violino, un palpito nel petto e occhi sognanti.

9

E rare atmosfere settecentesche ma il tempo dell’amore è uguale in ogni tempo.

9a

Lui, lei e rose chiare e profumate.

10

L’emozione, la ritrosia, la gioia, la comunione di intenti, tutto in una sola immagine.

11

E osservate queste coppie di innamorati, hanno stile, eleganza e portamento armonioso.
Lui, lei e la strada da percorrere insieme.
Lunga, tortuosa, sconosciuta e foriera di immensa felicità.

12

Una cartolina per il giorno dei sospiri, non ci può essere nulla di più romantico.
E così si celebra la festa degli innamorati a casa di Miss Fletcher, buon San Valentino a tutti voi!

13

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Love

Love is blind and lovers cannot see
the pretty follies that themselves commit.

L’amore è cieco e gli amanti non possono vedere
Le graziose follie che commettono.

William Shakespeare – Merchant of Venice

Varigotti

Varigotti, 15 Marzo 2014

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Scrivo dell’amore.
E in verità forse non bastano le parole che conosco.
Che cos’è l’amore?
Le parole sono già nelle poesie, nei romanzi, le parole sono una dolce musica ed un richiamo.
E spiegano certe nostre inclinazioni, spiegano la nostra vita.

Who loves believes the impossible.

 Chi ama crede all’impossibile.
(Elizabeth Barrett Browning – Aurora Leight)

L’amore raggiunge attraverso strade sconosciute, a volte davvero neppure si sa come vi si è giunti.
Ci si trova in un luogo, dentro a un’emozione che riconosciamo come nostra, dentro a un battito che sovrasta ogni altro suono.
E quella cosa lì, secondo me, è l’amore.

All love is sweet, given or returned.
Common as light is love, and its familiar voice wearies not ever.

Tutto l’amore è dolce, dato o restituito.
Comune come la luce è l’amore e sua voce familiare non stanca mai.
(Percy Bisshe Shelley – Prometheus Unbound )

L’amore tocca certi nostri abissi, certe profondità che non sapremmo spiegare.
L’amore esce dai confini della razionalità, guarda con occhi velati di illusione, a volte l’oggetto dell’amore è trasfigurato dal nostro sentire.
Arduo descrivere, narrare e spiegare certe emozioni, lo fanno altri per noi, usando le parole che vorremmo saper dire.

If thou remeber’rest not the slightest folly
That ever love did make thee run into,
Thou hast not loved.

Se non ricordi la minima follia
In cui amore ti fece incorrere,
tu non hai mai amato.
(William Shakespeare – As you like it)

La misura dell’amore non è il tempo, la sua misura è l’infinito.
E’ il sempre, l’eterno, l’assenza del limite.
E qui risiede la nostra emozione, il desiderio e sentimento.

Love, all alike, no season knowes, nor clyme,
Nor houres, dayes, months, which are the rags of time.

L’amore, sempre uguale, non conosce stagione o clima,
Né ora, giorni, mesi che sono i brandelli del tempo.
( John Donne – The sunne rising)

Amare, camminare su un filo, con il rischio di cadere a causa del vento che sconquassa il nostro animo e che fa perdere l’equilibrio.
Puoi precipitare, perdere e dovrai rialzarti, ancora.
E non smetterai di amare.

‘Tis better to have loved and lost
Than never to have loved at all.

E’ meglio aver amato e perso
Piuttosto che non aver amato affatto.
(Lord Tennyson – In Memoriam A.H.H.)

E ancora cercherai altre parole.
L’amore non è una definizione, una frase, una parola sola.
E’ una musica d’orchestra nella quale non sai distinguere tutti gli strumenti che insieme creano quell’armonia.
Ha bisogno di aria, di spazio infinito, di quella assenza di confini che è l’essenza dell’amore stesso.
Ha bisogno di esistere, al di là della ragione.

Love is not love
which alters when it alteration finds,
or bends with the remover to remove.
O no, it is a never-fixed mark
that looks on tempest and is never shaken.

 Amore non è amore
se muta quando trova un mutamento,
o se è pronto a recedere quando l’altro si allontana,
O no, è un faro sempre fisso
che sovrasta la tempesta senza esserne mai scosso.
(William Shakespeare – Sonetto CXVI)

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L’anima dei libri.
I libri hanno un’anima, i libri sono come gli amici, ognuno sceglie i propri, alcuni sono più importanti, ci assomigliano, sono più vicini al nostro sentire.
E di loro rammentiamo ogni istante, ricordiamo il momento esatto nel quale la nostra strada ha incontrato la loro.
I libri hanno un’anima, a volte sorella e compagna di viaggio.
E allora quell’esatto istante sembra solo ieri, mentre invece magari sono trascorsi anni.
Era quel giorno.
Il giorno nel quale ho aperto un volume, l’ho sfogliato e desiderato.
Ed è venuto a casa con me, qui è restato, così si fa con gli amici, si tengono accanto perché di loro abbiamo un dannato bisogno.
La memoria di quell’istante.
Quando ci siamo incontrati, ricordi?
Ricordo.
Era gennaio, pioveva.
Ero al Camden Market di Londra.
James Joyce’s Ireland, uno studio di pregio e molte immagini e fotografie in bianco e nero.
Un mondo del quale avevo letto e studiato, una città, Dublino, tante volte immaginata e ancora mai veduta.
Un autore enigmatico, a volte oscuro, quanto sono attraenti le cose oscure e complicate?
Quel tuo nome assurdo da greco antico, io e Stephen Dedalus ci conosciamo da tanto!
Prendo in mano il libro, chiedo il prezzo.
Poche sterline, un vero affare.
Lo poso per estrarre il portafoglio.
E sono passati anni ma non ho dimenticato quel viso, è come se lo avessi veduto ieri.
Una giovane donna afferra il mio libro e a sua volta si rivolge alla commessa, vuole comprarlo.
Un istante tremendo nel quale ho visto svanire un compagno prezioso.
E’ della signorina, mi dispiace.
E ricordo anche lei, la libraia che disse questa frase restituendomi il sorriso.
Quando ci siamo incontrati, ricordi?
Ricordo.
C’era una bella libreria a Genova, la mia preferita.
Al suo posto c’è adesso una profumeria, ma la Libreria Di Stefano di Piazza Dante era speciale e ha lasciato una sorta di vuoto.
C’era un intero piano dedicato ai libri stranieri, trascorrevo lì ore ed ore.
Sfogliavo i volumi della Penguin, mi perdevo a guardare i quadri sulle copertine, scoprivo nuovi autori neppure tradotti in italiano.
E’ spesso e voluminoso eppure leggero.
International Thesaurus of quotations, pagato la discreta cifra di 29.000 Lire.
Una miniera di belle parole e di saggezza, ha ormai la copertina tenuta insieme con lo scotch ma va bene così, quando si tratta di amore vero non si bada alle apparenze.
Quando ci siamo incontrati, ricordi?
Ricordo.
Ero a un mercatino dell’usato, in Val Trebbia.
Un libro antico con la copertina rigida, prima edizione del 1879, Fratelli Treves.
Ha le pagine spesse e porose, numerose stampe con i personaggi e le scene principali del romanzo:  L’Assomoir di Emile Zola.
La disperata e tragica Gervaise Macquart, un libro che amo a tal punto da averlo letto un’infinità di volte.
E Gervaise ha trovato spazio su queste pagine in questo post, non avrei potuto far diversamente.
Quando ci siamo incontrati, ricordi?
Ricordo.
Ero ancora a Londra, ma in estate.
Ero appositamente partita con una valigia mezza vuota, lo spazio era destinato ai libri.
Che follie si fanno per coloro che amiamo?
E passavo interi pomeriggi in quelle immense librerie a più piani, un paradiso per me.
Due tomi, due compagni di vita senza i quali le mie giornate sarebbero prive di significato.
The complete works of William Shakespeare.
E sono tornata a Genova portando con me re e regine, traditori e cortigiani, nobildonne e buffoni di corte.
The complete works of Oscar Wilde.
E con me sono venuti anche i dandies e certe creature delicate e impertinenti, un pittore autore di un celebre ritratto e il suo modello.
E poi, comprato al castello di Hever, un piccolo cartoncino piegato in quattro.
Non è un libro ma contiene tre lettere: una di Enrico VIII, mentre le altre due sono state scritte da Anna Bolena.
L’ultima lettera di Anna al suo Re, parole belle e terribili, un giorno le condividerò con voi.
Quando ci siamo incontrati, ricordi?
Ricordo.
In una libreria che non esiste più, la piccola Feltrinelli della Nunziata, un negozio raccolto ed intimo, aveva una scaletta che portava a un piano inferiore, mi piaceva, era un luogo che sentivo mio.
Lo Zibaldone di Pensieri di Giacomo Leopardi.
Mi ha sempre affascinato il suo genio sofferto, da bambina ero stata a Recanati.
Quando andai nella sua casa e vidi la sua biblioteca pensai: da grande ne voglio una come questa.
Un’intera stanza con volumi fino alle pareti.
E lui che aveva camminato in quella casa.
E le sue poesie, versi ai quali sono affezionata.
Potrei continuare ancora ma non lo farò.
Ho giocato con la memoria, la mia memoria bella di alcuni dei miei amici più cari, i libri che hanno un’anima che ha incontrato la mia.
E rammento l’istante, l’istante esatto nel quale ci siamo incontrati.
E voi? E’ così anche per voi?
Ricordate lo scaffale, il luogo e la città nella quale avete trovato i libri dai quali non vi separereste mai?
E quanto tempo è trascorso?
Li tenete anche voi vicini?
E a volte li riprendete in mano?
E forse anche voi guardate al vostro passato, a quell’esatto istante.
Quando ci siamo incontrati, ricordi?
Ricordo.

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Who is a cynic? A man who knows the price of everything and the value of nothing.

Chi è un cinico? Un uomo che conosce il prezzo di ogni cosa e il valore di nessuna.
Perfetta, bilanciata e concisa la definizione di Oscar Wilde, sondare l’animo umano e comprenderne l’abisso è proprio del genio, rara rappresentanza del genere umano alla quale ascrivo senza dubbio lo scrittore irlandese.
Il prezzo di una cosa spesso non corrisponde al suo valore.
Questo un cinico lo sa, ma il sognatore?
Per il sognatore hanno valore le inezie, ciò che per alcuni è un nonnulla, qualcosa di evanescente al quale non si può attribuire un prezzo, sarebbe difficile stabilire il prezzo dei sogni, in effetti.
Chi è un cinico? A blackguard who sees things as they are, not as they should be.
E questo è Ambrose Bierce, uno che certo era parecchio arguto, e concordo con lui, il cinico è mascalzone che vede le cose come realmente sono e non come dovrebbero essere.
E’ realmente così, il cinico ha una coscienza perfetta del mondo che lo circonda, sebbene non ne conosca il valore, questo no.
Il cinico sa calibrare le distanze, trovare le parole giuste, fingersi ciò che non è, a volte.
Tutt’altra storia rispetto ai sognatori.
I sognatori stanno altrove, nell’indefinito, a volte neppure il sognatore sa dove si trovi, ci è arrivato per caso, vi è stato condotto dal flusso delle sue illusioni.
Perché un sogno trascina in una direzione ignota, verso una strada della quale non si intravede il confine.
Il viaggio del cinico, lui lo vorrebbe piano, programmato, scandite le tappe, i tempi, definito il percorso lungo il quale non sono contemplati troppi imprevisti.
Il condizionale è d’obbligo, direi, la vita poi prende derive improbabili a volte, accade anche ai cinici.
Ma il cammino del sognatore è differente, è naturalmente tortuoso e pieno di nebbia, incerto e insondabile.
Conoscerete anche voi dei sognatori, vero?
Provate a porre loro domande concrete, avrete domande evasive.
Non tanto perché non vogliano rispondervi, no, più che altro non sanno come farlo, credete a me.
E sanno che se ci provassero, difficilmente saprebbero spiegarsi.
E sono coloro che, consciamente o no, fanno proprie le parole che Shakespeare fa pronunciare a Prospero, in The Tempest:

We are such stuff
As dreams are made on, and our little life
Is rounded with a sleep.

Noi siamo fatti della materia
di cui son fatti i sogni; e  la nostra breve vita
è racchiusa nello spazio di un sogno

Lo spazio di un sogno.
Anche i cinici sognano e si abbandonano a certe illusioni, ma poi sanno maneggiarle senza affondarci dentro.
Ma vive meglio un cinico o un sognatore? Non so rispondervi.
D’istinto direi che i cinici si perdono alcuni aspetti del pensiero e del sentire, la meraviglia e la sorpresa, la capacità di entusiasmarsi e di calarsi in impensabili voli di fantasia.
D’altra parte al sognatore manca la concretezza, bisogna dirlo.
E forse il quotidiano del cinico ha meno scosse di quello del sognatore, proprio perché il cinico sa come difendersi.
E sa che la vita presenta dei trabocchetti nei quali è meglio non cadere.
Come Karl Kraus, celebre autore austriaco, il quale sosteneva:

Prima di dover subire la vita, bisognerebbe farsi narcotizzare.

Datemene atto, è una ragionamento che non fa un piega.
La vita, l’amore, la più difficile delle sfide.
E quali sarebbero le parole di un sognatore? Forse quelle di William Butler Yeats:

I have spread my dreams beneath your feet;
Tread softly because you tread on my dreams.

Ho steso i miei sogni sotto i tuoi piedi
Cammina leggera, perché cammini sopra i miei sogni.

Cammina leggera sopra i miei sogni. Credete che un cinico lo direbbe mai?
No, il cinico tornerebbe a usare le parole di Kraus e direbbe:

La donna non ama essere protetta se non da chi allo stesso tempo è un pericolo.

Non saprei dargli torto, tutto sommato.
Cinici e sognatori, quando si incontrano, a volte, per qualche oscura ragione, si comprendono, altre volte si guardano perplessi, le loro visioni del mondo sono totalmente differenti.
Ma accade, a sognatori e cinici, di trovarsi su un sentiero comune, dove si arriva con qualche mirabile dote che entrambi possono avere.
L’intelligenza, ad esempio.
E il senso dell’ironia, che aiuta chiunque.
E la consapevolezza che si è sulla stessa strada, in qualche maniera.
E che le parole di un grande poeta possono appartenere a chiunque, al cinico come al sognatore.

Life’s but a walking shadow, a poor player,
that struts and frets his hour upon the stage,
and then is heard no more; it is a tale
told by an idiot, full of sound and fury,
signifying nothing.

La vita non è altro che un’ombra che cammina, un povero attore
che si agita e pavoneggia la sua ora sul palcoscenico
e poi di lui non si udrà più nulla. È un racconto
narrato da un idiota, pieno di suoni e furore,
che non significa nulla.

 (William Shakespeare, Macbeth)

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Nel weekend in Via Cairoli e Via Garibaldi  si è svolta la manifestazione Una rosa a Palazzo.
Sabato mattina c’era un caldo quasi estivo, prima che le nuvole avessero la meglio abbiamo goduto di alcune ore  di cielo sereno e  soleggiato.
Gli espositori vendevano le loro piante e alcuni di loro hanno allestito il loro stand in maniera davvero scenografica, come questo vivaista di Diano San Pietro.

Io amo le rose, ancor più quando sono così tante.
Profumate, di differenti varietà, con i petali che si aprono al sole.

Le rose gialle sono allegre e vivaci, nel linguaggio dei fiori questo colore vuol dir gelosia.

La rosa degli scrittori, la rosa di Herman Melville.
Reign endless, Rose! For fair you are, nor heaven reserves a fairer thing.
Regna per sempre, rosa! Perché tu sei bella, e il cielo non riserva una cosa più bella.

La rosa dei poeti, la rosa che nei versi di Guido Gozzano personifica l’amore perduto e mai raggiunto.
Non amo che le rose che non colsi, non amo che le cose che potevano essere e non sono state.

La rosa, nelle parole che William Shakespeare fa pronunciare a Giulietta, protagonista di un altro sfortunato amore.
What’s in a name? That which we call a rose by any other name would smell as sweet.
Cosa c’è in un nome? Ciò che noi chiamiamo rosa con un altro nome conserverebbe il suo dolce profumo.

La rosa, decine di rose in boccio, che diffondono nell’aria quella dolcezza pulita che sa di primavera.

La rosa dei nostri giardini segreti, dei nostri pensieri nascosti.
La rosa che si offre generosa alla luce.

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Ofelia, è lei il personaggio shakespeariano femminile che più mi abbia colpita.
Sarà per solidarietà, forse.
A lei è toccato in sorte l’individuo più contorto e complesso che si possa immaginare, Amleto, il principe del dubbio.
Dramma, tragedia, omicidio.
E amore, quanto è grande l’amore di Ofelia?
Immenso, incommensurabile, puro e perfetto.
E’ quella specie di amore che può gettare in un abisso.
Ed è proprio in un baratro che precipita Ofelia, spinta giù dal rifiuto di lui e dalla perdita dell’illusione d’amore.
Io ricordo, nei miei anni di università, quando studiai l’Amleto.
Ero affascinata dalle parole di lui, da quel suo elucubrare, dormire, forse sognare.
E poi quel tormento, quell’inquietudine continua, perenne e costante, i suoi turbamenti.
E insomma, diciamocelo, aveva intortato anche me.
Ora poi, non vorrei far rimbalzare il Bardo nella tomba, ma questo Amleto, lasciatemelo dire, è davvero perfido.
Ofelia lo ama, visceralmente.
E come tutte le giovani innamorate, è sprovveduta e segue il suo istinto.
Eppure Laerte, il fratello di lei, la mette in guardia, Amleto è nobile, la scelta della sua sposa sarà inevitabilmente legata al suo titolo.

Fear it, Ophelia, fear it, my dear sister, and keep within the rear of your affection
Non fidarti, mia cara sorella, non fidarti, e tieni la retroguardia del tuo affetto

Ma Ofelia è certa dell’affetto di Amleto, oh sì, lui la ama!
Springes to catch woodcocks, laccioli per beccacce, dice Polonio, il padre di Ofelia, che ordina alla figlia di tenere a freno la sua passione, di moderare i suoi sentimenti.
E poi c’è l’incontro, quell’incontro fatale.
Amleto chiede ad Ofelia di ricordarsi di lui, nelle sue preghiere.
E poi le parla, le dice che lui non l’ha amata mai, le ripete più di una volta queste parole: get thee a nunnery, vai in convento.
Delusione, rifiuto, distacco, addio.
E le parole di lui, le sue parole, sono piene di disincanto e di amarezza.
E Ofelia che fa?
Mi perdoni il Cigno di Avon, per questo finale alternativo da me auspicato, ma lei, anziché prendere una padella e fracassarla sul regale cranio del principe di Danimarca, si lascia travolgere dal dolore.
Ofelia impazzisce , perde il senno e la padronanza di sé.
E muore annegata, nelle acque di un ruscello, sulle cui rive era andata ad intrecciare romantiche ghirlande di fiori.
Avrebbe dovuto spingerci lui, nell’acqua, altrochè! Con tanto di armatura e tutto, sarebbe andato a fondo in un battibaleno e tanti saluti.
Eh, però se lo avesse fatto, non avremmo quella tragedia.
E io non mi sarei tanto commossa per la fine di quella fanciulla, mi capita ogni volta che prendo tra le mani quel libro, sapete.
Quando sono stata a Londra, alla Tate Gallery, sono rimasta incantata ad osservare per un tempo infinito questo quadro, di John Everett Millais.

Ophelia, John Everett Millais

L’acqua scura, le braccia aperte, in quel gesto arreso, impotente.
I fiori che galleggiano sull’acqua, i capelli di lei, lunghissimi e mossi.
E il suo viso, quella pelle candida, quasi trasparente, gli occhi sbarrati di stupore, le labbra socchiuse, dopo che le ha abbandonate l’ultimo respiro.
Questa è Ofelia, nella sua fragilità, nella fine, nella sconfitta.
E sì, ho un po’ divagato nel raccontarvi cosa sia lei per me, è vero.
E poi insomma, i tipi complicati, enigmatici e imperscrutabili hanno un certo fascino, bisogna ammetterlo.
E lui non era uno qualunque, era Amleto, uno che sapeva incantatare con le sue parole.
Mi ha sempre fatto una tenerezza infinita Ofelia, travolta dall’acqua del fiume, implacabile e crudele come sono certi amori, così potenti da non lasciare scampo.
Come certi interrogativi, eterni e senza risposta.
To be or not to be, that is the question.

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E poi ci sono libri che ti rivelano persone, persone che vorresti conoscere e che nel tuo immaginario prendono corpo e diventano vive, reali.
Quando facevo l’università ho avuto un professore che, durante le sue lezioni, sapeva trasportarmi in un altrove, in un mondo dove avrei voluto rimanere, perchè era poetico e distante, reale ma al contempo lontano dalla mia vita, un mondo a sé, al quale sentivo in un certo modo di appartenere.
Un professore severo, la sua materia era letteratura inglese.
Aveva fama di essere durissimo agli esami, se per errore sbagliavi una pronuncia con lo sguardo ti indicava la porta, poi gentilmente ti invitava a ripresentarti all’appello successivo.
E certo, per quanto si possa prestare attenzione, fatalmente può capitare che scappi un’imprecisione, con le inevitabili conseguenze.
Quando è giunto il momento di dare gli esami, ho seguito un consiglio che mi aveva dato un’amica dispensatrice di preziosi consigli.
Posa i gomiti su tavolo, congiungi le mani e spingile una contro l’altra.
Ho seguito alla lettera queste raccomandazioni e sapete, lui, il professore da tutti temuto e rispettato, a me ha dato due trenta.
Certo, avevo studiato,  tanto.
E lui mi aveva affascinato, con il suo raccontare, con le sue parole, a volte rimpiango di non poter più essere in quell’aula, con il quadernone grande a prendere appunti.
Entrambi gli esami avevano come tema William Shakespeare e i suoi drammi storici.
Questi i testi: Re Giovanni, Riccardo II, Riccardo III, Enrico IV ed Enrico V.
I miei libri, i libri dell’università.
Si potrebbero per caso mettere in cantina, insieme a molti altri?
No,  i cinque re di Inghilterra devono rimanere qui, con me.
E fu fascino, assoluto e totale, non provo neanche a raccontarvi cosa siano stati per me questi testi, non sono quel professore, vorrei saperveli raccontare come lui fece con me, ma non è semplice, non lo è affatto.
Ricordo la poesia di Riccardo II, la crudeltà di Riccardo III, c’erano versi e parole, in quei drammi, che sapevano coinvolgermi e trascinarmi via.
Tra tutti loro, in quelle corti, affollate di militari, di traditori, di cortigiani, di personaggi minori ma non per questo meno efficaci, uno ed uno solo ha sempre avuto uno spazio privilegiato nella mia mente e nei miei pensieri.
Perché ci sono libri che ti rivelano mondi, che prima non conoscevi.
Perché ci sono libri nei quali ho vissuto e c’è tanto di me in alcune pagine.
Perché quel professore sapeva affabulare ed incantare i suoi studenti.
Perché Shakespeare ha usato quelle parole, quei versi, quelle immagini così reali e vere per me.
Perché io credevo di vederlo Enrico V, vivido, presente, vivo.
E scriverne non è semplice, affatto.
Enrico V, colui che sconfisse i francesi alla battaglia di Agincourt.
E quei versi, immortali e imperituri.

We few, we happy few, we bands of brothers;
For he to-day that shed his blood with me
Shall be my brother;

Noi pochi, noi felici pochi, noi banda di fratelli;
Perché colui che oggi versò il suo sangue insieme a me
Sarà mio fratello.

Re Enrico V d’Inghilterra, il vincitore di Agincourt, ebbe poi la voce, i gesti, la fisicità di Kenneth Branagh e quando lo vidi sullo schermo, quando sentii pronunciare da lui queste parole ebbi uno di quei sussulti che mi percorse la schiena, e non ebbi mai più altra immaginazione del Re d’Inghilterra, lui è Enrico V, lui è il Re, l’eroe, sua la grandezza, l’immensità e la grandiosità che Shakespeare ci ha lasciato.
Avrei voluto, ai tempi, chiedere la cittadinanza inglese, solo per quelle parole, per quel brivido che mi avevano regalato.
We few, happy few.
Quale onore essere parte di un gruppo di pochi, sempre.
E ricordo ancora quel giorno, a Londra.
A Piccadilly, al Tower Records.
Sapevo esattamente cosa desideravo, qualcosa che già mi apparteneva, e che volevo portare con me.
Una cassetta dei Cure, Three Imaginary boys, la mia musica, ancora lo è, ancora adesso.
E la cassetta di Enrico V, quel film spettacolare e coinvolgente come pochi altri.
Possiedo ancora entrambi, attaccata come sono a tutte le memorie belle del mio passato che ancora vivono dentro di me.
We few, happy few.
Non vi so dire quante volte io abbia visto quel film, quanto quella scena ogni volta mi emozioni, quanto il viso concitato e pieno di furore di Kenneth Branagh mi trascini via ogni volta, verso qualcosa che mai ho smesso di amare.
Due trenta, in letteratura inglese.
E se siete emotivi e avete timore di incespicare, se per voi è ancora  periodo di esami, ricordate: gomiti sul tavolo, i palmi della mani uno contro l’altro, le dita incrociate e una pressione che distenda il vostro nervosismo.
Funziona, ve lo assicuro.
Ogni tanto incontro quel professore, porta ancora il loden verde, come a quei tempi.
E ogni volta lo fermo, ogni volta lo ringrazio, per quello che mi ha dato, per ciò che mi ha permesso di conoscere, per quel suo narrare così unico e particolare.
Una persona una volta mi disse una frase molto saggia: nella vita a volte si fanno dei tratti di strada insieme, anche brevi, eppure hanno un valore ed un significato.
Sulla mia strada un giorno ho incontrato un’amica, sempre presente ed attenta, un professore, un Re, e un grande attore inglese.
Sulla mia strada.
Compagni di viaggio.
E a volte mi volto, mi guardo indietro.
Sulla mia strada.
E loro, tutti loro, sono ancora lì.

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