Germinie Lacerteux

Scritto dai fratelli Goncourt nel 1865, Germinie Lacerteux è considerato il primo romanzo naturalista, corrente nella quale si riconoscono Flaubert, Balzac e Zola.
Il tratto distintivo di questo genere letterario è la scrupolosa osservazione della realtà, celebri sono i taccuini sui quali Emile Zola annotava ogni minimo particolare dell’ambiente che voleva descrivere, che si trattasse della lussuosa mondanità dei boulevard parigini o dei mercati generali di Les Halles, Emile segnava ciò che vedeva, per poterlo poi descrivere nei suoi romanzi.
Ugualmente i Goncourt, che aprono Germinie Lacerteux con una prefazione che è una vera e propria dichiarazione d’intenti.

Dobbiamo chiedere scusa al pubblico per questo libro che gli offriamo e avvertirlo di quanto vi troverà.
Il pubblico ama i romanzi falsi: questo romanzo è un romanzo vero.
Ama i romanzi che danno l’illusione di essere introdotti nel gran mondo: questo libro viene dalla strada.
Ama le operette maliziose, le memorie di fanciulle, le confessioni d’alcova, le sudicerie erotiche, lo scandalo racchiuso in un’illustrazione nelle vetrine di librai: il libro che sta per leggere è severo e puro.
Che il pubblico non si aspetti la fotografia licenziosa del Piacere: lo studio che sta per leggere è la clinica dell’Amore.

E’ il manifesto del naturalismo, al quale si atterranno i suoi massimi rappresentanti offrendo al lettore personaggi che è difficile dimenticare, come Germinie Lacerteux.
Umile domestica, dopo la morte prematura della madre giunge a Parigi appena quattordicenne e nella capitale francese si svolgerà tutta la sua sofferta vicenda.
E’ brutta Germinie: ha i capelli mossi, la fronte bassa, gli occhi infossati di un indefinibile grigio, gli zigomi larghi e un’eccessiva distanza tra naso e bocca.
Eppure, scrivono i Goncourt, accanto a lei si provava l’impressione di avere vicino una di quelle creature che turbano ed inquietano, bruciano del male di amare e lo comunicano agli altri.
E’ questa la potenza di Germinie: il suo sentire profondo, la sua capacità di amare senza confini e senza limiti, che la porterà spesso al sacrificio di se stessa e dei propri ideali.
Le sorelle avranno per lei ben pochi riguardi, mandandola allo sbaraglio nella metropoli dove la ragazza smarrirà presto la purezza dei suoi pochi anni, rimarrà incinta e perderà il bambino ma non esiterà a prendersi cura di una nipotina rimasta a sua volta orfana, la prima persona sulla quale riverserà il suo amore.
L’altra figura cardine del romanzo è la signorina de Varandeuil, presso la quale Germinie lavora a servizio. Di nobile famiglia decaduta, nutrirà per la sua domestica un affetto materno e saprà perdonare i suoi errori e tradimenti.
E gli sbagli di Germinie nascono sempre dal desiderio di essere ricambiata, dall’insopprimibile bisogno di suscitare nel suo prossimo un sentimento forte quanto il suo, come dicono i Goncourt, quello che amava voleva possederlo tutto per sé, possederlo in modo assoluto.
Ha un nome l’oggetto di tanto ardore, si chiama Jupillion ed è il figlio della lattaia.
Il giovane, dal carattere scostante e vanesio, è incapace di sentire, di amare in quel modo forte e, sottolineano gli autori, aveva cercato nella conoscenza e nel possesso di una donna il diritto e il piacere di disprezzarla.
Non ricambia quella grandezza d’animo che Germinie gli dona, anzi approfitta del buon cuore di lei in ogni modo.
E Germinie, per soddisfare l’ambizione di lui, si indebita per mettere in piedi la fabbrica di guanti Jupillon e arriverà a scusarsi, quasi imbarazzata, per non essere stata in grado di comprare per lui un banco da lavoro in mogano pregiato.
Non conosce gratitudine Jupillon e sarà, insieme alla madre, sempre pronto a spillar soldi alla povera ragazza facendo leva sui punti deboli del carattere di lei.
E Germinie troverà i soldi, farà debiti su debiti, ruberà persino alla sua padrona.
Darà alla luce, in solitudine, una bambina ed è magistrale la descrizione che i Goncourt fanno della corsia d’ospedale, con le puerpere ammalate di febbre, morenti, mentre Germinie, raggomitolata nel letto, tenta fino allo stremo di proteggere la sua vita e quella della sua creatura.
Riuscirà nell’intento e tornerà a servizio dalla signorina Varendeuil che tutto ignora, persino la nascita della bambina che, affidata a persone che abitano in campagna, morirà di lì a breve.
E Germinie affogherà nel bere i suoi dispiaceri, sempre alla ricerca di una completezza, di un affetto che non riesce a trovare.
L’amore che le mancava, e al quale per propria volontà si rifiutava, divenne allora la tortura della sua vita, un supplizio incessante e abominevole.
La signorina Varendeuil la vede a poco a poco cambiare, divenire silente, scontrosa, cupa, persino svogliata nelle faccende. Comprensiva, le dirà, non senza ironia: Devi ammettere, figlia mia, che la polvere si trova bene in casa nostra!
E Germinie, torturata dal rimorso per aver rubato proprio a colei che più di ogni altro l’aveva tenuta in considerazione, sentirà un invincibile senso di colpa, e non saprà superarlo, se non continuando a mentire.
Ancora bisognosa d’amore, frequenterà Gautruche, un artista assai più vecchio di lei, al quale non dispiacerebbe una conveniente coabitazione ma Germinie, rifiutando sdegnata, gli sputerà in faccia queste parole:
Ah credevi anche questo, che io ti amassi!…Ebbene si, ecco, ti amo…ti amo come mi ami tu, ecco! Altrettanto! Ti amo come si ama quello che si ha sottomano, e di cui ci si serve perchè c’è! Io ho fatto l’abitudine a te, come ad un vecchio vestito che si mette sempre…
Amore, sogno, illusione, disincanto, c’è tutto in questo libro.
E c’è la fine tragica di Germinie, con la quale vengono alla luce tutte le sue menzogne.
Delusione, tristezza, rabbia: quella della signorina Varendeuil che, scoprendo di essere stata ingannata, revoca la richiesta di una concessione perpetua al cimitero per Germinie e la fa gettare nella fossa comune.
Perdono, grandezza di cuore, magnanimità.
Il libro si chiude con la figura della signorina Varendeuil che vaga per il cimitero di Montmatre, cercando la croce sulla quale è scritto il nome di Germinie, come si usava fare coi poveri, e non riesce a trovarla.
Si fermerà a pregare tra due croci, dove presume si possa trovare la compianta fanciulla.
C’è tutto in questo libro.
C’è Parigi, i suoi quartieri, c’è la cattiveria, la bontà, c’è un’eroina dilaniata dall’infelicità, c’è l’amore perduto, il ricordo, la lotta per la sopravvivenza, il rimpianto.
C’è la realtà, giunta fino a noi grazie alla penna dei fratelli Goncourt.

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5 pensieri su “Germinie Lacerteux

  1. Mi sono sentita male solo a leggere la tua recensione.Sara’ anche molto bello ma non sono in vena di leggere qualcosa che finisce cosi’ tragicamente!Troppo realistico,non posso proprio!!!!

  2. Una recensione degna del romanzo, che non ho letto ma che – conoscendo Zola – sembra decisamente all’altezza di un Nanà.
    Poi mi parli di edizioni Utet, e vado in fibrillazione… anche se non leggo naturalisti da molto tempo, ho ancora un vivido ricordo, non a caso, dei dettagli narrati senza appensantire e dei sentimenti feroci ma mai esagerati nè inventati che mettono in scena.
    Verrà di nuovo il loro tempo, immagino.

    Con questo, chiudo la “sessione” con il mese di luglio e ti auguro una buona notte. Alla prossima.

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