Giovanni Carbone, il garzone che umiliò il Doge

Memorie storiche,  aneddoti da ricordare, quanti ce ne sono, nel nostro passato.
Siamo a Genova, nel 1746.
Il popolo è in rivolta, gli austriaci, che occupavano la città, sono stati sconfitti.
Nella mischia, nella fiumana di gente che invade le strade e che, grazie al proprio coraggio, è riuscita a vincere l’esercito nemico, c’è un ragazzo molto giovane.
Si chiama Giovanni Carbone, ha solo ventidue anni e di professione fa il garzone all’Osteria della Croce Bianca, in Via Carlo Alberto, antico nome dell’attuale Via Gramsci.
Fu tra i primi a giungere sotto la porta San Tommaso, sfidando le cannonate degli austriaci e fu lui che si ritrovò tra le mani le chiavi della città.
Stringendole a sé, sanguinante per una ferita ricevuta dai nemici, con un seguito di altri popolani, sporchi, affaticati, ancora in assetto da combattimento, si presentò al cospetto del Doge, il Serenissimo Gian Francesco Brignole Sale.
Lo guardò, e come narra lo storico Accinelli, disse queste parole:

“Signori, queste sono le chiavi che con tanta franchezza loro signori Serenissimi hanno dato ai nostri nemici; procurino in avvenire di meglio custodirle perché noi col nostro sangue recuperate le abbiamo.”

Alcuni storici sostengono che fossero ben più miti le parole del Carbone, non saprei quale sia la versione reale ma, considerando quel che successe dopo, tenderei ad accreditare la versione proposta dall’Accinelli.
Si narra, infatti, che al Carbone fu offerta una bella somma di denaro, come ricompensa, ma questi, orgoglioso la rifiutò.
Le cronache del tempo narrano anche di un altro popolano il quale, una sera, tornando da uno dei numerosi conflitti al quale aveva partecipato, mentre percorreva Via San Luca, scorse, da una delle finestre di palazzo Grimaldi, un rappresentante di quel nobile casato.
Senza pensarci troppo,  il popolano mise mano all’archibugio e sparando verso il nobiluomo gli urlò:
“A voi, Cavalier Grimaldi, che ve ne state in casa e noi andiamo al fuoco!”
Questi erano i genovesi, nell’anno 1746.
Giovanni Carbone morì appena trentottenne; per onorare il suo gesto, venne sepolto nella Chiesa delle Vigne.
Entrando, sulla destra, potete ancora trovare la lapide posta in sua memoria.

 A Giovanni Carbone
che nel supremo pericolo in patria
infiammando gli animi dei cittadini 
con l’esempio della sua virtù
rivendicata la Porta di San Tommaso,
restituite le chiavi al Senato
per la libertà
con coraggio e con forza combatté

la Repubblica decretava questa memoria
m. il 19 maggio 1762
dell’età sua 38°

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17 pensieri su “Giovanni Carbone, il garzone che umiliò il Doge

  1. Miss! Strawow! Che orgoglio e fierezza. Molto più nobile lui di tanti altri che si spacciavano per tali! C’è una storia che sto aspettando da te…altrettanto da pelle d’oca, parla di un ragazzino, un genovese, siamo in guerra, disse solo due parole, a Portoria…se l’hai già scritta ti chiedo scusa, il tuo blog l’ho letto tutto ma probabilmente non me la ricordo. Sei bravissima.

    • Grazie, sorelllina, sei un tesoro!
      No, non l’ho ancora scritta quella storia, perchè è una storia importante….e sto studiando il modo giusto per metterla giù, ma la farò presto.
      Che orgoglio il Carbone, eh?
      Caspita, che gioia….hai letto tutto il mio blog 🙂
      Un bacio grande!

  2. Si tutto. Infatti non l’avevo letta. Sapevo che prima o poi l’avresti scritta, mettila giù bene perchè letta dal tuo blog so già che mi piacerà. Non vedo l’ora! Buonanotte.

  3. Arrivo un po’ in ritardo, ma arrivo. La vicenda del Carbone non la sapevo, ma appena passo dalle Vigne entro a vedere la lapide e ci porto anche il temibile Lorenzino che, invece degli austriaci o dei corrotti nobiluomini, si trova a fronteggiare i perigli della terza media.
    Vale, Scianca!

  4. Pingback: Le Vigne, tralci e pampini per una piazza ed una basilica « Dear Miss Fletcher

  5. Pingback: Giovanni Battista Ottone, l’eroico bottegaio di Campetto | Dear Miss Fletcher

  6. Miss, anch’io, come Chagall, ritengo possibile che sia un tuo antenato… anzi, ne sono più che certo… (senza l’aggiunta del faccino che ride).

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