Balilla, il ragazzo che lanciò il sasso

Il suo nome è una leggenda, indissolubilmente legata ad un quartiere, uno di quelli che non sono più come erano secoli fa.
Un tempo qui c’erano vicoletti ripidi e stretti, ora ci sono i grattacieli.
Un tempo qui c’era l’Ospedale di Pammatone, adesso al suo posto, nello stesso edificio, c’è il Tribunale.
Il tempo scorre, cambia la geografia delle strade, muta il profilo delle città.
Restano le memorie, i gesti, carichi di significato e densi di ideali, ideali nei quali ancora crediamo.
Siamo sempre stati ribelli, a Genova.
Siamo sempre stati poco inclini a farci assoggettare dal potere altrui.
Siamo un popolo indomito, schivo, duro, caparbio ed orgoglioso.
E qui, in questo quartiere, a Portoria, è nato il mito di Balilla.

La vicenda, assai nota, risale a giorni lontani, giorni bui e difficili, gli Austriaci occupano la città e i genovesi sono privati della loro indipendenza.
E’ inverno, è il 5 dicembre 1746, serpeggia lo scontento, i cuori battono come tamburi, la rabbia cresce ormai da giorni.
Nella piazza di Portoria, i soldati austriaci stanno trasportando un mortaio, che, a causa del peso eccessivo, provoca il cedimento della strada.
I soldati intimano i genovesi di aiutarli, ma questi, sdegnati, rifiutano.
Come è prevedibile,  la reazione degli austriaci è violenta, prendono a minacciare il popolo, perché obbedisca all’ordine impartito.
Un ragazzo, con un gesto, accende la miccia della rivolta, infiamma gli animi e fa esplodere quel malcontento che da tempo alberga nel popolo tutto.
E’ lì, tra i suoi concittadini, è appena un adolescente, un fanciullo imberbe.
E non teme nulla, a lui il nemico non fa paura.
Pronuncia una frase, in dialetto, poche parole che passeranno alla storia:
Che l’inse?
Il loro significato è: la comincio?
E scaglia un sasso contro un ufficiale austriaco.
Balilla la comincia così, la rivolta.
Il popolo lo segue, piovono pietre sull’esercito nemico, e quelli che le tirano sono falegnami, facchini, pescivendoli, ciabiattini, merciai, è l’insurrezione.
Il 10 dicembre, cinque giorni dopo, la gente di Genova trionferà sull’invasore.


Ma chi è il ragazzo che ha lanciato quel sasso?
Il mito, per sua natura, necessita di un certo mistero e intorno alla figura del Balilla molti sono gli interrogativi rimasti insoluti.
Dieci anni dopo, in una traduzione dialettale di La Gerusalemme Liberata, per la prima volta comparirà il soprannome con il quale è ricordato questo giovane coraggioso, la cui reale identità rimane non del tutto chiarita.
Ma il mito supera la realtà, va oltre, si imprime nella memoria storica e resta inciso per l’eternità; e così Goffredo Mameli, il cantore dell’Unità e autore del nostro inno nazionale, dedicherà un verso al suo giovane concittadino, queste sono le sue parole: i bimbi d’Italia si chiaman Balilla.
Ma davvero, quale fu il suo vero nome?
Molteplici sono le interpretazioni; la più accreditata, risalente al 1845 identifica il ragazzo che lanciò il sasso in un certo Giovanni Battista Perasso.
Originario di Montoggio, avrebbe avuto diciassette anni all’epoca degli eventi di cui fu protagonista ed abitava a Portoria, dove era a bottega per apprendere l’arte di tintore.

Ma a Genova, a quel tempo, visse un altro giovane che ugualmente si chiamava Giovanni Battista Perasso, di sei anni più giovane del suo omonimo.
Si scoprì, in seguito, che il primo dei due ragazzi, Giovanni Battista Perasso da Montoggio, aveva subito un processo per contrabbando di sale, per il quale gli venne comminata una condanna a due anni di galera.
Il padre, nell’implorare la clemenza delle autorità, fece presente che in passato il figlio si era comportato bene, ma non fece cenno ad una sua attiva partecipazione alla rivolta del ’46 e ciò ha fatto dubitare gli storici del fatto che si tratti del vero Balilla.
Si è aggiunta inoltre, in anni più recenti, una terza figura, che risponde al nome di Andrea Podestà.
Nativo di Portoria, di professione stoppiere,  faceva parte della Compagni degli Scelti, una sorta di corpo militare i cui componenti prestavano servizio di guardia.
Anch’egli era noto come Balilla, lo si è desunto da alcuni documenti d’archivio che riguardano un processo per rissa nel quale il Podestà ricopriva il ruolo di imputato.
Tutt’altro che un tipo tranquillo, quindi.
Non è realmente chiarita la reale identità di Balilla, se consultate i testi risorgimentali il nome più diffuso è Giovanni Battista Perasso da Montoggio, a lui è attribuito il famoso gesto, è lui che viene riconosciuto come il vero Balilla.
Le autorità del tempo, si legge in testi dell’epoca, per sdebitarsi con questo valoroso cittadino, gli concessero la licenza di aprire un fondaco di vino alle porte del Portello.

Mito, agiografia, leggenda.
Di questo è ammantata la vicenda di un ragazzo che passò alla storia.
E forse poco conta sapere chi fosse realmente, certo è che visse a Genova, nel 1746.
E chiunque egli fosse, è rimasto nei cuori e nei pensieri dei genovesi.
Lanciò una pietra contro il nemico, questo fece.
Molto dopo, Genova venne di nuovo invasa dai tedeschi.
Fu al tempo della Seconda Guerra Mondiale, altri anni cupi e durissimi.
Michelangelo Dolcino, fedele cronista delle storie della Superba, narra che in quegli anni, sul monumento dedicato a Balilla, in Portoria, una mano ignota scrisse:
“Chinn-a zù, che son torna chì.”
Scendi giù, che sono di nuovo qui.

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36 pensieri su “Balilla, il ragazzo che lanciò il sasso

  1. Ti farà ridere, ma non so perché quando leggo le tue storie mi viene da rapportarle a quelle di Venezia. Quando sono arrivato a “mortaio” ho avuto un attimo di smarrimento. Poi mi sono detto “Parla dell’arma, scemo”. Mi era venuto naturale pensare al mortaio che salvò Venezia. Ma quello serviva per fare il pesto XD Sono pazzo!

  2. solo le grandi città possono vantare piccoli e giovani eroi sconosciuti.
    E mi fa sorridere quel contrabbando del sale. Pensa un po’ cosa di che risma erano fatti i contrabbandieri di una volta

  3. Aaaaaaaaah eccolo!!!!! Grazie Miss!!!! Grazie!!!! Come l’hai scritto bene! Brava! Mamma mia mi hai fatto venire i brividi nel collo…. sei stata bravissima! Quanto mi piace stà storia, ma tu, sei di una precisione pazzesca! Che orgoglio! Che l’inse?…..bellissimo. Anch’io comunque ho sempre saputo si trattasse di G.B. Perasso, quella invece della scritta “scendi giù che son di nuovo qui” non la sapevo e così mi è venuta anche la pelle d’oca! Un abbraccione Missorellina.

  4. Vorrei potermi gustare le tue narrazioni davanti al mio camino crepitante, ora invece per stare davanti al pc ho lasciato un focolare vivace e caldo… ma la tua storia mi ha scaldato ben benino, come solo tu sai fare.
    Però stasera fuori si gela, allora Miss… mia cara Miss (Totò) io me ne torno da brava vecchiettina davanti al fuoco, due castagne arrosto, un bicchiere di vino rosso e se ci scappano due xxx meglio ancora.

    Buonanotte Susanna

  5. Grazie per questo pezzo di storia-leggenda.
    Personalmente non conoscevi i dettagli del racconto, sapevo solo del “mito” del Balilla.
    Adesso ho un nuovo racconto per mio figlio… ma questo lo tengo per quando sarà grande!

  6. Carissima sai sempre scegliere storie grandiose della nostra Genova, come sai nel museo del risorgimento in via Lomellini, esiste una lettera con autografo del famoso Giovanni Battista Perasso, è esposta in una bacheca, peccato che è falsa, fù costruita dal famoso Cesare Cabella nel 1846 e fù presentata al congresso degli scienziati che si tenne a Genova proprio nel centenario della famosa rivoluzione.
    Il falso fù creato apposta per far ottenere la pensione alla domestica del Cabella che era di Montoggio, le cronache dicono che la trovò in un vecchio mobile.
    La scoperta del falso, la si deve ad un mio carissimo amico grande cultore di storia Genovese, il Dott. Siro Dodero morto alcuni anni or sono, ricordo che si rammaricava per non essere stato citato durante il convegno tenutosi a Torriglia dove alcuni studiosi discussero sul documento giungendo alla conclusione che ho descritto.
    Eugenio

    • Ma sei un vero cultore di storie genovesi, che bello..la storia dell’autografo l’avevo sentita, letta da qualche parte ma non ricordo dove.
      Stasera sono passata a Banchi, a vedere il bassorilievo di San Siro e il Basilisco…grazie per la dritta, non lo avevo mai visto!

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  15. Dear Miss Fletcher, è la prima volta che ti leggo, sono uno dei tanti Perasso e mia figlia mi ha segnalato il tuo sito.
    Nella mia famiglia si diceva che fossimo discendenti del Balilla; da studente liceale andai alla Berio e lessi decine di libri … c’erano molte ipotesi diverse, ma nessuna indicava i miei nonni e bisnonni e trisnonni come diretti discendenti. In anni molto più recenti un signore famoso a Genova ha tenuto ad informarmi che il Balilla aveva anche un altro soprannove, spregiativo, con cui i nobilie i ricchi etichettavano i poveracci. Allora ho di nuovo fatto qualche ricerca e ho scoperto che alcuni storici negano addirittura l’esistenza del Balilla.
    Bene. Che sia esistito o no, che si chiamasse Perasso o no, la rivolta qualcuno l’ha iniziata e quindi … viva Balilla, viva la nostra Genova e viva la libertà (sono i versi di una canzone genovese).
    Franco

    • Grazie Franco, benvenuto su queste pagine, so anche io che ci sono molte controverse versioni a proposito dell’esistenza del Balilla ma a noi piace pensare che sia esistito davvero, in realtà c’è un altro documento del quale dovrei scrivere, presto lo farò.
      Eh sì, viva Balilla e viva la sua eroica figura alla quale tutti noi siamo affezionati, bello portare il suo cognome.
      Un caro saluto a te e a tua figlia!

  16. Miss, istruttivo questo post… lo avevo letto su un francobollo, quel nomignolo… in Argentina, a 10 anni facevo una “bambinesca” raccolta di francobolli italiani e in una busta che avevo acquistato in cartoleria, c’era appunto un francobollo rosso con la scritta: “I bimbi d’Italia si chiaman Balilla”… avevo chiesto in casa il perchè di quella frase e venni a sapere più o meno la sua storia… e di mio, aggiungo che indipendentemente da come si chiamasse, è stato uno di quelli che quando tirano il sasso non nascondono la mano…

  17. E perche’ poi fu utilizzato dai fascisti per indicare quei ragazzi che, poco volontariamente coprirono il ruolo di futuri eroi del regime? Io ne feci parte. Ebbi comunque nota sul quaderno, per le molte assenze ai raduni. (Sono nato nel gennaio del 34) cordialmente.

  18. Anch’io mi sono chiesta spesso perché il Nostro ribelle fosse poi stato scelto come esempio per i piccoli fascisti,a parte l’amor patrio,é un simbolo di ribellione al potere…e anche adesso la sua statua nella nuova collocazione fa un po sorridere,visto che tira sassate dritto dritto al Palazzo di giustizia come un Black block qualsiasi….

  19. Pingback: I custodi di Via XX Settembre | Dear Miss Fletcher

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